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Disastri naturali: Italia, un paese ostaggio dell’irresponsabilità

Alluvione Genova

I drammatici eventi di Genova, reiterazione di un copione andato in scena appena tre anni prima, hanno evidenziato la stretta correlazione tra frane, alluvioni e ogni altra tipologia di dissesto, e la responsabilità di chi riveste ruoli istituzionali e decisionali. Ma già nel 1985, proprio in merito alla responsabilità, il prof. Siccardi parlava di «omicidio colposo». Alleghiamo il suo articolo, apparso sulla rivista PROTECTA, come straordinaria occasione di riflessione e apprendimento!

La stretta concomitanza dei recentissimi episodi alluvionali con le preoccupanti contingenze finanziarie, sociali e politiche, ha potuto dare il via – con una veemenza mai verificatasi prima d’ora – a una gara a chi punta meglio il dito sulle amministrazioni locali, mai come oggi sul banco degli imputati, e soprattutto sui vertici che le compongono. Nel momento peggiore dell’Italia, forse non solo dal dopoguerra a oggi ma dal 1870, quando con la nostra unificazione cominciò la storia recente, può succedere di tutto. Come il fatto che, per la prima volta, si gridi allo scandalo per gli emolumenti percepiti ugualmente dai dirigenti del Comune di Genova, malgrado i fatti dimostrino incontrovertibilmente come quei dirigenti siano stati mediocri custodi del bene prezioso che è stato loro affidato. Eppure è da oltre vent’anni che, nelle pubbliche amministrazioni e nelle municipalizzate, è stata introdotta la c.d. «retribuzione di risultato», allo scopo presunto di motivare il personale direttivo a fare bene, fare di più e fare meglio, senza farsi irretire dalla concorrenza dell’industria privata o dalla tentazione di cedere alla libera professione. La combinazione di fattori occorsa negli ultimi vent’anni – da quando, ovvero, l’Italia ha smesso di crescere economicamente – è stata tale al punto che, mentre la dirigenza pubblica aumentava il suo potere amministrativo di pari passo al proprio personale potere d’acquisto, il paese ha iniziato un declino che, per molti analisti, è irreversibile. Nel 1995 la rivista scientifica-divulgativa PROTECTA – che ricordiamo nel 1986 uscì con il primo numero – pubblicò un articolo a firma del prof. Franco Siccardi che, a diversi osservatori, parve profetico, dedicato ai dissesti potenziali in essere in Liguria. Un anno dopo, il disastro della Versilia del giugno 1996 causò quindici vittime (ma in quanti lo ricordano?), e nel 1998, sul passo del Brennero, una frana travolse e uccise altre cinque persone. Riproponiamo quell’articolo dal titolo «Omicidio colposo» perché l’Italia è il Paese dove ci sono insegnanti severi, efficaci, spietati, ma allievi svogliati e superficiali.

Gli insegnanti sono i disastri naturali che di naturale hanno poco o nulla, accomunati come sono da un nesso causale innescato dall’imperizia, dalla negligenza e dalla malaccortezza dell’uomo. Gli insegnanti sono eventi clamorosi come il disastro del Vajont (1963), il crollo della diga di Stava (1985) e i meno noti avvenimenti analoghi degli sbarramenti del Gleno (1923) e di Molare (1935).

Gli allievi sono tutti quelli che fingono di non vedere, e che diventano devastanti quando assumono ruoli da classe dirigente. Quella stessa classe dirigente che, come scriveva Jean Jaures all’inizio del secolo scorso, “… è tale solo se è coraggiosa. Se rischia quello che gli amministrati non vogliono rischiare”.

Non possiamo sapere cosa accadrà domani, né se ripubblicare questo articolo… – che ai tempi (1995) comportò anche un interessamento della Procura della Repubblica, che volle interrogare l’Editore quale persona informata sui fatti – servirà a qualcosa. Sappiamo solo che il timore reverenziale sulla responsabilità di chi decide per gli altri sta progressivamente, e in modo irreversibile, dissolvendosi. E la storia, forse, potrebbe ricominciare da allora.

Tony Colomba
[16 Ott 2014]

Omicidio colposo? Una lezione di ingegneria naturalistica

di Franco Siccardi • L’assenza di una sintesi tecnica dei problemi ambientali e territoriali e la sua sostituzione con forme variate di pseudocultura ambientale conduce spesso a risultati in cui diverse incompetenze si associano per produrre gravi danni all’ambiente ed al territorio, in particolare urbano

Preparai questa lezione per uno stage organizzato per i tecnici delle amministrazioni liguri – Regione, Province e Comuni – e la tenni verso la metà di dicembre in S. Margherita Ligure: era una di quelle giornate invernali liguri che fanno invidia all’estate, in cui si è felici di essere tra quei pochi che possono, in inverno, godersi il mare. Il tema della giornata, tanto caro agli amici «verdi», era indirizzato alla pianificazione di bacino ed alle tecniche di ingegneria naturalistica. Da allora mi avviene, nelle più disparate amministrazioni, di trovare qualcuno che salutandomi mi apostrofa «Ah, è Lei quello dell’omicidio colposo»: non ho ancora capito se me ne debbo compiacere o turbare.

Ho sottoposto una versione quasi integrale dello stesso testo a PROTECTA perché credo che il caso della Liguria possa essere assunto a paradigma della situazione di più del novanta per cento, per numero di persone a rischio e di beni esposti, del territorio italiano. Spero che la reazione dei lettori mi aiuti a capire se debbo compiacermi o preoccuparmi d’essere identificato come «quello dell’omicidio colposo».

«L’uomo come tutte le bestie, impara più in fretta quando si fa male»

La maggior parte dei lettori della rivista ha responsabilità amministrative, altri responsabilità professionali ed altri ancora responsabilità didattiche: per questa ragione ho inteso seguire nell’esposizione un taglio inusuale, tipico piuttosto di una lezione.

Il 12 novembre 1994, pochi giorni dopo la grande alluvione del 4-6 novembre, Michele Serra scriveva, su Cuore, che “… una cosa è certa, ed è una brutta cosa: solo quando si affoga, e si perdono case fabbriche e ricchezza si cerca di ragionare sugli errori fatti e sulla direzione da intraprendere. L’uomo, come tutte le bestie, impara più in fretta quando si fa male…”.

Ora, in realtà, sono i lettori di questa rivista quelli cui Serra si riferiva, quelli cioè che debbono imparare prima e più rapidamente. Riflettano un poco: cosa hanno imparato da ciò che è successo nella notte di venerdì 4 novembre sul versante tirrenico degli Appennini liguri e nella notte di sabato 5 sul versante padano?

Sono quasi certo che la fiducia illuministico darwiniana di Serra non sia applicabile nel nostro Paese se pure si applica in qualunque parte del mondo: infatti, quello che loro quasi certamente ricordano dei commenti che la «comunità scientifica» ha portato sui mezzi di comunicazione televisivi e sulla stampa è un chiacchiericcio confuso da cui emergono sostanzialmente due messaggi: il primo è relativo alla mancata funzione del bosco; il secondo è relativo alla «cementificazione» degli alvei dei corsi d’acqua e delle loro sponde.

Dissesto idrogeologico

Sembra, dalle manifestazioni pubbliche della cultura «verde» o «naturalistica», che se si potesse tornare ad un’età sognata in cui una frazione consistente di popolazione viveva grazie al bosco – anche se campava per sbaglio – e in cui i corsi d’acqua erano naturali, gli eventi di intensità estrema come quello dell’inizio di novembre non avrebbero prodotto morti e rovine.

Cercherò di mostrare come questa cultura sia falsa e come possa essere pericoloso barattare la conoscenza dei processi fisici e dei problemi urbanistici con una vaga coscienza ambientale che intuisce soluzioni improbabili e non ne sa misurare gli effetti.

Un viaggio in Liguria 

Restringerò gli esempi all’ambiente ligure, sperando che i lettori abbiano memoria della struttura morfologica e urbanistica della regione. Per chi non fosse ligure o non avesse memoria della morfologia urbana della Liguria, suggerisco che in stagione non piovosa programmi un viaggio di istruzione nella regione; che poi prenda un treno locale che da Genova Brignole porti verso Ventimiglia, o verso La Spezia, e, scendendo a tutte le stazioni, chieda agli indigeni dove sia il torrente. L’ardito esploratore noterà che non è impresa da poco scoprire dove i torrenti siano.

Non elencherò tutti i rii e i torrenti che scorrono alveati e coperti nelle città. Un campione significativo è dato nella tabella finale del rapporto sulle Aree Vulnerate Italiane, redatto, per la Liguria, dall’Unità Operativa 3.23 del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del Consiglio Nazionale delle Ricerche, tabella che elenca le inondazioni di cui si ha memoria nelle notizie di archivio per la Regione Liguria dai primi di questo secolo ad oggi. Il rapporto è una lettura avvincente e sarà certamente d’aiuto in quel viaggio di istruzione che suggerivo qualche riga sopra.

Si parta quindi da Genova Brignole e, prima di salire sul treno, ci si informi; dove sia il torrente Bisagno lo sanno quasi tutti: è tombato sotto Piazza Verdi, scorre in fregio allo Star Hotel President sotto la sede stradale, continua davanti alla Questura e sbocca da sotto Piazzale Kennedy di fronte all’ingresso del quartiere della Fiera di Genova nell’imboccatura portuale di Levante. Che stia lì sotto lo sanno tutti gli indigeni perché nel 1992, come nel 1970 e come altre volte in precedenza, invece che stare sotto passò anche sopra, in piazza e nelle vie adiacenti.


Ora si salga in treno e si scenda a Genova Principe. Chiedano dove passa il rio che scende da Granarolo e dal Lagaccio: nessuno sa dove sia. Possono anche andare agli uffici comunali, ripartizione opere idrauliche, e chiedere anche a loro: per bene che vada otterranno una lamentazione tipicamente genovese – un «mugugno» insomma – intorno all’indisciplina dei costruttori della Genova medioevale, che non misero segni certi ad indicare il tracciato dei rii che secoli di «cementificazione» (ma è appropriato il termine? Si costruiva col cemento allora?) tombarono.

Si riprenda il treno e si continui questo nuovo gioco di società, una sorta di Monopoli ligure. Il torrente Polcevera si vede dal treno. Non scendano. Ne parleremo dopo. Tra Cornigliano e Sestri Ponente verrà certamente a loro il dubbio che qualcosa non vada: il Chiaravagna si intravede emergere verso mare da sotto il parco ferroviario, ma verso monte non ve ne è traccia. Allora scendano a Sestri.

Tornino indietro a piedi, guardando con attenzione. Suonino alla portineria dell’ANCIFAP e chiedano di essere accompagnati nei fondi: bene, il Chiaravagna è lì. Il Chiaravagna nel 1970 non riuscì a passare in quell’osceno buco: si gonfiò e allagò parte di Sestri Ponente, a monte. Poi imboccò via Ansaldo e si suddivise, un poco di qua nella Nuova S. Giorgio, e un poco di là, nella Sestri storica, dove i sestresi fanno il passeggio la sera. Furono necessari quindici anni di procedimenti giudiziari, per stabilire se causa del fatto fosse stato l’osceno buco, o le cave Ghigliazza che a monte usavano il Chiaravagna come scarico: quindici anni di avvocati e professori di idraulica, per decretare che il buco era piccolo, però non piccolissimo e che forse era insufficiente… ma forse andava bene; che la colpa era dell’aeroporto… però forse era delle cave… ma forse anche il Comune era responsabile … però anche il Genio Civile … però intanto la competenza era passata alla Regione … fino a che, come usava dire Paolo Villaggio, al giudice si «intorcinarono i diti» e tutto finì in nulla. Intanto, ormai, la Nuova S. Giorgio aveva chiuso.

Loro risalgano sul treno, ma non si mettano in agitazione: le Ferrovie dello Stato hanno sempre curato la sicurezza dei viaggiatori, e dimensionato i loro ponti e coperture in modo che fossero sicuri. Per i treni. Un po’ meno per quelli che hanno la ventura di vivere vicino a certi ponti. Facciano un’unica tirata fino a Vado Ligure, la prima stazione dopo Savona, e mentre passano sul rio Quiliano guardino fuori: il Quiliano uscì dal suo alveo nel 1992; negli edifici in sponda destra, subito a monte del ponte, una donna con la bambina piccolissima annegò nella cucina di casa. Le Ferrovie S.p.A. chiedono, oggi, l’autorizzazione all’Autorità di Bacino di sopraelevare il ponte, ma confessano candidamente che anche rialzando la travata del massimo possibile (quaranta centimetri) la portata del Quiliano non ci passerà e continuerà ad inondare le aree circostanti.

Risalgano e raggiungano Albenga. La Regione Liguria, Ufficio Protezione Civile, in base alla L.R. n. 45 del luglio 1994, chiese a tutti i comuni con aree a rischio di inondazione di comunicare entro il 15 ottobre quali aree fossero a rischio di inondazione: solo due dozzine di comuni, non dei più grandi, hanno adempiuto all’obbligo. Non Albenga.

Nella notte di venerdì 4 novembre scorso sembrò ad alcuni che la divinità si fosse assunta l’obbligo di rispondere alla prescrizione regionale: in Albenga il Centa sormontò gli argini all’ingresso della città, riprese il suo alveo storico, da cui in epoca medioevale fu deviato, ripassò sotto il vecchio ponte romano (quello che tutti i visitatori di Albenga si chiedono che ci sta a fare in mezzo ai campi di carciofi), e marcò direttamente, con l’acqua e il fango, quelle aree inondabili che il Comune aveva dimenticato di segnare su una mappa della città.

Se continuassero il viaggio dovrebbero continuare a fermarsi, come si dice in dialetto, «ad ogni pisciata di cane». A San Remo, a Bordighera, a Ventimiglia, e così via, anche in Francia, a Mentone, a Nizza, a Marsiglia, a Nimes, a Perpignan e in Spagna a Barcellona, a Valencia e nelle cittadine minori.

Se prendessero il treno da Brignole verso Roma ricomincerebbero con lo stesso rosario, a Sturla, a Quarto, a Nervi, a Recco, sull’Entella, il Vara, a Deiva, sul Magra e poi in Toscana e nel Lazio, e in Campania e in Calabria e così via.

Hanno capito dove sono cresciute e come sono cresciute le città di questa splendida fascia di Europa, splendida di storia e monumenti, di clima e di ulivi, di civiltà e di cultura?

I processi conoscitivi 

I processi conoscitivi – come si insegna all’Università, per esempio nei corsi di Fisica dei primi anni di Ingegneria – hanno regole semplici, che però non devono essere violate: se si violano si dicono imbecillità. Il mondo fisico (le nostre città) si osserva e si misurano i fenomeni (le inondazioni) che si producono; si inferiscono regole di causa ed effetto (le piogge che causano le inondazioni dove le portate di piena non sono contenute negli alvei). Si predice (prima che avvenga ) un evento in termini quantitativi. Si misura l’evento e si confermano, o si falsificano se necessario, le ipotesi (gli alvei sono insufficienti). Si ripete un po’ di volte il procedimento e poi, se gli accadimenti continuano a confermare le ipotesi, le si accettano per vere.


Di recente, nella cultura ambientale che per brevità si indica con «verde», si è instaurata una procedura diversa. Una mattina un «esperto» si desta, accende la televisione e vede la notizia di una inondazione; tutta quell’acqua colpisce la sua fantasia: chiama un giornalista «verde» con un cameraman «verde», salgono in collina e l’«esperto » viene ripreso mentre piange sul bosco che non è più come nel passato, sulle inondazioni che ormai colpiscono come mai era successo, sulla terra che non è più lavorata, sulle fasce – locuzione ligure per indicare i versanti sistemati a terrazze a girapoggio – che crollano perché non più manutenute dalla «diuturna fatica dell’uomo».

Su cosa si basa questa pseudoconoscenza? Su osservazioni e misure, come si insegna nell’Ingegneria? Niente affatto. 

Si basa invece su quella che si chiama, in oftalmologia, visione prossima. Per capire rapidamente in che cosa consista la «visione prossima» nella percezione dei problemi territoriali ed ambientali sarebbe necessaria la prosecuzione del viaggio di istruzione utilizzando un mezzo di trasporto diverso: si affitti un Piaggio P18O, uno di quei gioielli che la Piaggio di Finale, nel Ponente Ligure, forse smetterà di costruire perché non si riesce a mettere insieme un piano finanziario decente, e si chieda al pilota di volare a non più di 3.000 metri, da Ventimiglia a La Spezia, e si osservi con cura, zenitalmente, il paesaggio.

Io posso offrire qui soltanto un modesto surrogato delle immagini che vedrebbero, costituito dai modelli digitali del terreno che si utilizzano nel corso di Costruzioni Idrauliche al quarto anno di Ingegneria dell’Ambiente e del Territorio per osservare la morfologia del drenaggio e modellare la risposta idrologica ad eventi di precipitazione (figura 1 e figura 2). Si osservi la prima delle due figure, che rappresenta tutto l’arco regionale ligure: vedono quanto è bosco e quanto è area urbana in Liguria? Certo: se dal centro di Genova, da piazza della Vittoria, si guarda verso monte si potrà erroneamente concludere che il bacino del torrente Bisagno è tutto urbanizzato. Ma se si utilizza la seconda figura si vede invece la realtà: esso è il più urbanizzato della Liguria, ma la superficie urbana, incluse strade, autostrade, ferrovie e discariche non raggiunge il 10%.

E le fasce che crollano? Si esaminino i volumi pubblicati dal Servizio di Protezione Civile della Regione per valutare sulle carte del dissesto in atto quale porzione del territorio è interessata da movimenti gravitativi superficiali o profondi: molto meno dell’uno per mille scoscende con frane e smottamenti. È ora più chiaro che cosa significhi «visione prossima» per ciò che riguarda l’assetto spaziale dell’ambiente e del territorio?

La «visione prossima» nel tempo: la valle con le alluvioni della Madonna 

Per quanto riguarda invece la «visione prossima» in senso temporale, tollerino, i miei lettori, che racconti loro una storia. La Liguria ha l’onore di possedere l’unico bacino in Italia in cui ci sono le alluvioni «della Madonna». In senso tecnico. Nel caso che ne dubitassero li esorterò a visitare, a Savona, la periferia nord della città, ed a risalire l’asta principale del torrente Letimbro (inondazione del 24 settembre 1992), che la attraversa: dopo il quartiere operaio settecentesco di Lavagnola (inondato), dopo la frazione di S. Bernardo (inondata) si arriva alla frazione Santuario (inondata), dove sorge una delle maggiori basiliche barocche della Liguria.

Fino a tutto il ‘500 gli archivi parrocchiali dell’arcivescovato di Savona non ricordano inondazioni nell’asta montana del Letimbro; è chiaro: non c’era popolamento, salvo quattro famiglie contadine morte di fame che scendevano ai mercati di città a dorso di mulo. All’inizio del secolo apparve la Madonna al beato Botta; i savonesi raccolsero fondi ed eressero, sul sito di una vecchia chiesetta, una splendida basilica.E tombarono l’affluente di sinistra del torrente Letimbro in Santuario. E scavalcarono con un basso ponte a due archi l’asta del torrente principale. E costruirono la Locanda del Pellegrino alla confluenza. E costruirono, praticamente in alveo, la strada per arrivare in processione al Santuario da Savona. Ed eressero dodici cappelle per recitare il rosario lungo la via. E popolarono le frazioni, nelle poche aree piane lungo la via. E commerciarono in terreni. E cominciarono le alluvioni «della Madonna» .

E i savonesi costruirono una nuova cartiera nell’alveo. E costruirono, con i prigionieri di guerra austriaci, il ponte della statale Savona-Torino, insufficiente, all’ingresso della città. E alvearono il torrente in città per realizzare il parco ferroviario e la stazione (tra la fine dell’ottocento ed i primi del novecento).

E continuarono le alluvioni «della Madonna».

E i savonesi costruirono nel parco ferroviario dismesso il Palazzo di Giustizia, con i parcheggi sotterranei (fine anni settanta). E i savonesi costruirono tutti i ponti necessari (tutti lambiti nell’intradosso della piena del 1992). E oggi i savonesi stanno costruendo il centro commerciale dell’IPERCOOP in sponda destra, e per un centro dell’IPERCOOP ci vuole un altro ponte.

Il processo continua. È ora più chiaro che cosa significhi «visione prossima» nella percezione dei processi di urbanizzazione? Quando si guarda non si deve guardare solo vicino, altrimenti si rischia di dare la colpa al bosco, che nel 1600 assomigliava terribilmente al bosco di oggi, ma non riuscì ad impedire che la valle del Letimbro diventasse la valle delle alluvioni «della Madonna».

Associazione per delinquere?

L’assenza di una sintesi tecnica dei problemi ambientali e territoriali, e la sua sostituzione con forme variate di pseudocultura ambientale conduce spesso a risultati in cui diverse incompetenze si associano per produrre gravi danni all’ambiente ed al territorio, in particolare a quello urbano. Un esempio recente è costituito da ciò che è avvenuto nel capoluogo regionale ligure al torrente Polcevera. La città ha preparato il piano della viabilità spondale che, tutti gli indigeni sanno, bisogna sistemare perché chi abita a Pontedecimo si raccomanda l’anima ogni mattina prima di scendere in città. Ma la strada di sponda sinistra, nello scendere verso Sampierdarena, incontra il ponte ferroviario della linea Genova-Milano: che si fa? Che non si fa? Un sovrappasso? È antiestetico. Una diversione? Ci sono le case. Poi arrivò un ingegnere dell’ANAS, che chiamò un ingegnere della società Autostrade, che chiese una consulenza ad una società di Torino. E così brillò la solita idea che da più di un secolo guida la pianificazione urbanistica nel nostro Paese: le ferrovie, quasi un secolo fa, al ponte ferroviario che sorpassa il torrente Polcevera fecero cinque arcate, con cinque fornici per il deflusso delle acque. Ma zitti zitti, ecco che la strada in sponda sinistra sgattaiola sotto il ponte, si infila nel fornice di sinistra, lo chiude e festa finita. Così è stata trovata la soluzione con tutti i bolli comunali, provinciali e regionali per fare risparmiare grattacapi agli urbanisti. Perché, come tutti gli urbanisti sanno, quattro, quando si tratta di fornici, è uguale a cinque.

Alluvione Genova


Non sono però soltanto gli urbanisti di oggi che sono un poco strabici quando guardano i ponti, ma anche quelli dei secoli passati: valga per tutte la storia del ponte di S. Agata sul Bisagno, poco a monte dell’attuale copertura su cui è costruita Piazza della Vittoria nel centro di Genova. Il ponte di S. Agata in un dipinto del ‘500 mostra più di otto arcate: poi la città crebbe oltre-Bisagno e piano piano avanzò verso il torrente, riempiendo fornice dopo fornice, fino a che nel 1900 ne restarono al torrente solo quattro. Nel 1970 il torrente abbatté il ponte ed ora qualche mozzicone soltanto rimane nell’alveo. A testimonianza per gli urbanisti del 2000. 

È così che si fa, come dice Michele Serra, a farsi male; ma il calcolo delle probabilità insegna che chi si farà male non è della generazione che si ruba il fornice, o costruisce la fabbrica, o fa il campo sportivo: a farsi male è invece la generazione successiva, quando la prima, piacendo a questo governo o ai prossimi, sarà andata onorevolmente in pensione. Con buona pace di quel Ministro degli Interni che subito dopo l’alluvione prossima si metterà a cercare assiduamente i responsabili.

Una passeggiata verde

Con tutta l’evidenza di cui fino ad ora siamo venuti parlando, che fa l’esperto «verde» quando vede in televisione l’acqua passare nelle case, rigurgitare nei bagni al piano terreno, zampillare come fontanazzi osceni dai tombini? Se la prende con l’acqua.

L’acqua deve stare in montagna, dove ci sono apposta i boschi e le fasce che la bevono. L’acqua non deve scendere in mare tutta insieme, pretende l’esperto, anche quando piove, come piove alla fine dell’autunno sulla costa mediterranea settentrionale, in un giorno metà dell’altezza di pioggia media annua. L’acqua in città è sporca, porta fango, automobili e sacchetti da discarica, quando non porta cadaveri. L’acqua in chiesa, in piazza o in casa non è «naturale». 

In tutti i corsi universitari cui si tratta di ambiente o di territorio o di pianificazione dovrebbe essere prevista una specifica esercitazione di campagna: gli studenti, insieme all’esperto «verde» di cui sopra dovrebbero andare a fare una passeggiata nei boschi liguri vicino a Genova, su sopra l’Acquasanta, o al Beigua, quando piove forte, come pioveva venerdì 4 e sabato 5 novembre 1994, per annotare cosa succede nei boschi quando piove forte, quando viene giù un palmo d’acqua in tre ore. Quando i torrenti fanno un rumore che sembrano un treno e rotolano giù pietroni tali che poi i «verdi» li guardano e non capiscono come hanno fatto ad arrivare lì; quando gli alberi franano dritti in piedi insieme alla montagna, e si portano via le fasce, e chi aveva la casa lì era sistemato con tutta la famiglia, ma i telegiornali non ne parlavano perché dovevano essere ancora inventati; quando il torrente rotola giù pietre e alberi, e gli alberi diventano puliti in pochi metri senza rami e senza radici come si vedono in mare la mattina dopo: e un professore del Politecnico di Milano che conosco dice «che strano … gli alberi in Liguria hanno un apparato radicale ridotto, in Lombardia ce l’hanno più grande». Come anche il resto. Chissà che il torrente non si porti via anche l’esperto.

Che fare?

Non c’è molto da dire su che cosa sia necessario fare perché è evidente: bisogna rimettere mano ai piani regolatori delle città e incominciare un processo di rinaturalizzazione delle città stesse.

Quanti anni? Probabilmente almeno una generazione, ma con una cultura che sia fondatamente tecnica e nello stesso tempo consapevole della profondità e della complessità dei problemi.

E nel frattempo? La legge 225 prevede, e i diversi livelli di autorità debbono adempiere, che siano messi in atto i Piani di Protezione civile dal rischio di inondazione, tecnicamente organizzati attorno alle tre componenti: della mappatura delle aree a rischio di inondazione e dell’informazione ai residenti; dell’osservazione delle condizioni meteoidrologiche e dell’affinamento delle previsioni e infine dell’allarme ai residenti. Ma soprattutto non bisogna rifiutarsi di riconoscere che la situazione di molte città della Liguria, e del resto del nostro Paese, ma anche d’Europa, come si è visto alla fine di gennaio 1995, è, tecnicamente e razionalmente, disperata; e quindi i Piani di protezione civile e l’assicurazione contro i rischi sono la prima azione da intraprendere subito.

Arrivederci alla festa degli alberi.

Franco Siccardi

Ordinario di Costruzioni Idrauliche

Università degli Studi di Genova

Responsabile Linea 3 del GNDCI del CNR