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Rischio idrogeologico: il Paese dell’incoscienza

Alluvioni e frane
Fonte: Centro EEDIS

Roberta Di Giuli • Protezione Civile e Legambiente presentano il rapporto «Ecosistema rischio 2013», secondo il quale 6 milioni di abitanti vivono esposti al pericolo di frane e alluvioni. Poche le attività di mitigazione. E’ la fotografa di un’Italia che vive con il fiato sul collo…

•• C’è un territorio che minaccia. E c’è un popolo di inermi, tra incoscienti e fatalisti, che non ascolta e non provvede. Il rapporto «Ecosistema rischio 2013», che porta la firma di Legambiente e della Protezione Civile, racconta lo stato di fatto di una Italia in bilico.

6.633 comuni italiani presentano aree a rischio idrogeologico. In sintesi: l’82% (ottantadue!) del totale. Sono 6 milioni i cittadini che vivono in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. A fronte di questa situazione grave, c’è la sfera delle possibilità di miglioramento. Il rapporto ha svolto un’operazione di monitoraggio delle attività di oltre 1.500 amministrazioni comunali atte alla mitigazione del rischio idrogeologico. Non rassicuranti i risultati.  Male San Pietro di Caridà (Reggio Calabria), Varsi (Parma) e San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Meglio Calenzano (Firenze), Agnana Calabra (Reggio Calabria) e Monasterolo Bormida (Asti), che sono i comuni più attivi nella prevenzione e difesa.

In generale, comunque, in 1.109 comuni (l’82% fra i 1.354 analizzati nell’indagine) sono presenti abitazioni in aree a rischio e in 779 amministrazioni (il 58% del campione) nelle zone «rosse» sorgono impianti industriali che, in caso di calamità, comportano gravi danni anche all’ambiente per l’eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Strutture sensibili come scuole e ospedali, nel 18% dei comuni intervistati (242 amministrazioni) sono state costruite in aree a rischio idrogeologico e nel 24% dei casi (324 comuni) sia strutture ricettive e commerciali. Nell’ultimo decennio, in 147 dei 186 comuni intervistati (il 79%) nelle zone a rischio sono state costruite abitazioni, in 31 comuni addirittura interi quartieri, mentre in 60 comuni l’edificazione recente ha riguardato fabbricati industriali. In 15 comuni, invece, le nuove edificazioni hanno riguardato anche strutture sensibili come scuole e ospedali, e in 27 comuni (15%) strutture ricettive. Sempre in 31 amministrazioni comunali, in zone esposte a pericolo di frane e alluvioni sono sorte strutture commerciali. Infine, in 153 comuni sono stati tombinati e coperti tratti dei corsi d’acqua con la conseguente urbanizzazione degli spazi sovrastanti.

Politiche di mitigazione: poche e lente

Le tragedie probabilmente non bastano a convincere e dissuadere. Nonostante il nostro Paese sia stato colpito ripetutamente da frane e alluvioni, la corsa al «mettersi in salvo» è stata effettuata soltanto da 55 amministrazioni che hanno intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo, mentre solo in 27 comuni si è provveduto a delocalizzare insediamenti industriali.

Centro_Vernazza_Fonte Protezione Civile

Nel registro che valuta l’andamento complessivo del nostro Paese, risultano quindi ancora troppe le amministrazioni comunali italiane che tardano a svolgere un’efficace politica di prevenzione, informazione e pianificazione d’emergenza. Appena il 49% dei comuni intervistati (664) svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico, mentre il 16% delle amministrazioni campione dell’indagine (218) risulta gravemente insufficiente.

Dichiara di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica il 64% dei comuni intervistati (872 amministrazioni), mentre 905 comuni (il 67%) confermano che nei propri territori sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza. Resta da verificare la loro efficacia. Le attività di messa in sicurezza riferite dai comuni intervistati, infatti, riguardano soprattutto la costruzione di nuove arginature o l’ampliamento di arginature già esistenti (in 460 comuni, il 34% dei rispondenti). Ha affermato di aver provveduto al ripristino e alla rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua solo il 9% (122 comuni) degli intervistati, e solo nel 6% dei casi raccontano di aver riaperto tratti tombinati o intubati dei corsi d’acqua. Sul fronte del rimboschimento dei versanti montuosi e collinari franosi o instabili, in soli 68 comuni analizzati si è provveduto al rimboschimento di versanti montuosi e collinari (5% del campione), mentre in 406 le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale (il 30% dei comuni del campione). In 687 amministrazioni rispondenti (51%) sono stati realizzati interventi di minore entità volti alla messa in sicurezza del territorio da parte della stessa amministrazione, senza l’ausilio di altri soggetti istituzionali.

Il ruolo salva-vita dei piani di emergenza

In linea generale, un sospiro di sollievo possiamo tirarlo sul fronte del sistema locale di protezione civile, che permette di rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva. Risulta, infatti, che l’85% dei comuni (1.148 amministrazioni fra quelle che hanno partecipato all’indagine) si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Tuttavia, soltanto 733 comuni tra quelli che hanno risposto al questionario (il 54% del totale) ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d’emergenza negli ultimi due anni. Quindi ancora molti sono i comuni che dispongono di un piano vecchio, non all’altezza della necessità in caso di scongiurata emergenza.

In ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 comuni), indispensabili per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.

Frana di una strada

Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici – commenta il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo. Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio”.

”Purtroppo, in dieci anni di ‘Ecosistema Rischio’ ci siamo ritrovati a dire spesso le stesse cose: il tempo è passato ma sembra sia cambiato poco o nulla nell’attenzione rivolta ai temi della protezione civile e della salvaguardia del nostro territorio» osserva il Capo del Dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli. “Anche di fronte agli ultimi avvenimenti, che confermano come il rischio idrogeologico interessi la massima parte del territorio italiano e constatando una prevenzione strutturale non immediata per tempi e risorse economiche, dobbiamo tutti concentrarci sulla prevenzione di protezione civile e su una corretta informazione ai cittadini, strumenti che nell’immediato possono consentirci di salvare vite umane. Detto ciò, rimango convinto dell’urgenza di passare dalle parole ai fatti, dell’urgenza di compiere scelte importanti che pongano al vertice delle nostre preoccupazioni la salvaguardia dell’intero territorio che sta letteralmente crollando a pezzi. Per questo ho lanciato, da mesi, la proposta di una revisione delle politiche di uso del territorio, sospendendo, magari, quei progetti che possano provocare un ulteriore aggravio del rischio in un paese sempre più fragile come il nostro e investendo le poche risorse che abbiamo sulla messa in sicurezza”.

Roberta Di Giuli