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Tempo di proclami, Mr. Obama

Ambiente USA

“Siamo la prima generazione a sentire l’impatto del cambiamento climatico e l’ultima generazione che può fare qualcosa”. Ancora una volta il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti incarna la speranza del mondo. Riuscirà Obama a cambiare il «clima» nell’ultimo anno del suo mandato? Quali strumenti ha a disposizione? Sembra un compito impossibile, eppure esiste una possibilità di successo

Quando Barack Obama arrivò al 1600 di Pennsylvania Avenue le attese erano gigantesche. L’America attraversava la più grande crisi economica dal 1929, era impegnata in guerre nel Medioriente e la piattaforma Deepwater Horizon avrebbe a breve traboccato petrolio nel golfo del Messico. Come se non bastasse giusto qualche mese dopo l’elezione gli fu assegnato il Nobel per la pace, aumentando le speranze e le aspettative di un mondo assetato di serenità e giustizia.

Inoltre, il Presidente in campagna elettorale aveva promesso riforma della sanità, pari diritti per le minoranze etniche e una nuova economia basata sui green jobs.

La Storia lo giudicherà, ma è innegabile che crescita degli USA sia, negli ultimi anni, la più importante tra i Paesi sviluppati; certamente per una straordinaria concatenazione di cause, anche indipendenti dall’azione governativa, ma che Obama ha comunque governato; l’esercito si è disimpegnato dalle zone di guerra e la riforma sanitaria, seppur tra mille distinguo e compromessi, è una realtà simile ai sistemi sanitari europei.

ObamaIn questi giorni il premio Nobel Obama ha dichiarato “siamo la prima generazione a sentire l’impatto del cambiamento climatico e l’ultima generazione che può fare qualcosa”, riaffermando l’impegno statunitense nella riduzione delle emissioni e la necessità di una soluzione chiara, condivisa ed efficace alla COP 21 di Parigi. Eppure, un paio di giorni dopo, ha annunciato che non si può perdere la corsa agli idrocarburi dell’artico, secretati per millenni fino a quando lo scioglimento dei ghiacci non ne sta consentendo lo sfruttamento, e che serviranno dunque nuove navi spacca ghiacci agli USA.

Non si intende qui contestare la realpolitik statunitense, si vuole solo sottolineare che Obama ha accelerato sul tema della questione climatica, fondamentale nel suo programma di 7 anni fa, solo l’ultimo anno del secondo mandato. Nessuna sorpresa sul fatto che le lobby dei petrolieri, delle automobili e dei banchieri che nei combustibili fossili hanno investito (dai tempi dei fratelli Mellon, banchieri di Pittsburg, o dei Rothschild) fossero più forti di quella militare o di quella contro le tasse per la sanità.

Il dubbio è che, come un altro grande Presidente, Bill Clinton – che solo sul finire del proprio mandato aveva firmato il Protocollo di Kyoto lasciando al Congresso repubblicano di George W. Bush il compito di ratificarlo – Obama possa essere tentato di rappresentarsi come il campione di un mondo a basse emissioni, lasciando che altri facciano fallire il progetto.

Obama - Clinton

Il Clean Power Plan, sebbene sembri già essere stato finanziato, è ancora una dichiarazione d’intenti e non un dettagliato e vincolante programma di riforme. A un passo dalle elezioni non rassicura sulla solidità degli impegni americani.

Non è che non ci si fidi del sincero impegno del signor Presidente, ma saremmo certamente rassicurati se avesse il coraggio di impegnare anche il partito repubblicano, magari attraverso la politica Ambiente USAinternazionale nei confronti di un partner storico come la UE, inserendo la questione ambientale nel TTIP.

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) è un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America per ridurre i dazi doganali e rimuovere, in una vasta gamma di settori, le barriere non tariffarie rendendo possibile la libera circolazione di merci e servizi e creando il più grande mercato che la storia abbia mai registrato.

Nel libro «CO2 nei beni e competitività industriale europea» sostengo che l’Europa, che sta affrontando i cambiamenti climatici anche al costo di una perdita di concorrenzialità del proprio tessuto industriale sul mercato mondiale, dovrebbe progressivamente sostituire l’ETS, il sistema Cap&Trade che si rivolge alle sole industrie localizzate sul territorio UE, per adottare una valorizzazione sull’IVA della CO2 «contenuta» nei beni, ovunque questi siano prodotti. Non una tassa alla frontiera contro «gli altri», ma una imposizione alle produzioni meno efficienti e più emissive e, contemporaneamente, uno sgravio fiscale premiante per quelle più performanti, che siano UE o extra Continente.

Ambiente USA - UEChi scrive non crede che il TTIP possa diluire l’ambiziosa politica dell’UE in materia di clima e di limiti alle emissioni industriali europee; diversamente, ci si chiede se sia corretto che, nell’ambito di questo accordo, gli USA possano tenere limiti ambientali più blandi di quelli europei.

La conseguenza sarebbe quella per cui gli USA potrebbero esportare in Europa beni fabbricati con processi relativamente meno efficienti, dunque più inquinanti nella fase produttiva – con più CO2 contenuta in questi beni – e importare beni europei da fabbriche decisamente più clean, prodotti con un mix energetico molto meno emissivo.

Essere efficienti e usare energia pulita costa. Dunque, il rischio che i prodotti statunitensi siano più competitivi sul prezzo finale è alto, presente ed evidente.

Come uniformare il campo da gioco all’interno di questo trattato? Al punto 3.1, titolato «Lo sviluppo sostenibile», si dovrebbero escludere benefici per quei beni di produzione statunitense che non rispettano i benchmark emissivi europei di produzione.

Una simile coraggiosa iniziativa avrebbe il vantaggio di imporre una contabilizzazione delle emissioni delle produzioni USA e di comunicare i risultati in maniera trasparente. Sarebbe, inutile sottolinearlo, un gesto di grande fiducia e impegno da parte del Paese che intende finalmente «assumere la leadership nella lotta ai cambiamenti climatici».

Agime Gerbeti
[07 Set 2015]