Home Politiche Politiche Internazionali Parigi val be...

Parigi val bene una COP

Parigi Cop21

In vista della COP decisiva (?) di Parigi, serpeggiano piccole scosse di avvertimento politico. Una prima fibrillazione è avvenuta in occasione del recente accordo USA Cina sulle emissioni, anche se è legittima l’ipotesi che in quell’occasione si sia puntualizzato il precedente accordo U.S.-China Shale Gas Resource Initiative sul trasferimento tecnologico in materia di «drilling». Ma filtrano voci sul fatto che la Cina vorrebbe davvero un impegno sulle emissioni dal 2030

Sarebbe una buona notizia e più di qualcuno griderebbe al miracolo. Il più grande emettitore del mondo coinvolto nella riduzione delle emissioni.

Rimane però una domanda: perché la Cina all’improvviso sta cambiando approccio e accetta un presumibile aumento del proprio costo energetico e, per di più, lo fa lasciando indietro l’India, partner storico sulla linea del “abbiamo il diritto di crescere come i paesi già industrializzati”? Naturalmente i colossi asiatici rimangono ancora perfettamente concordi nella richiesta del 15 maggio u.s. di «Joint Statement» di fondi dai paesi sviluppati al fine di combattere i cambiamenti climatici. Ma questa è, naturalmente, tutta un’altra storia.

Parigi Cop21Il 31 marzo era il primo termine per presentare l’Intended Nationally Determined Contribution (INDC), ossia il pacchetto di azioni che i paesi proporranno a Parigi per il periodo 2020-2030. Con un po’ di ritardo, ma la Cina ha inviato la presentazione del proprio INDC il 30 giugno. Sui contenuti ancora è difficile commentare e non tanto per la lunghezza del paper, solo 36 pagine, quanto per il fatto che ancora non è disponibile in una lingua che non sia il mandarino…

Gli USA mettono sul piatto una riduzione delle emissioni di GHG del 26-28% entro il 2025, comprendenti quelle relative all’uso del suolo e delle foreste (LULUCF), senza utilizzare i crediti internazionali per il raggiungimento dei propri target.

Gli impegni della Russia di ridurre le proprie delle emissioni del 25-30% nel periodo 2020-2030, rispetto ai livelli del 1990 sono stati definiti inadeguati sulla considerazione che il settore LULUCF da solo contribuirebbe a una riduzione del 10-15% complessivo. Ma se dal paese che emette ca. il 5% delle emissioni globali ci si aspettava di più, la considerazione che le emissioni russe stanno aumentando, quindi le misure andrebbero comunque in contro tendenza, e il fatto che l’economia dell’orso russo risente del basso costo del petrolio, potrebbe far propendere per un giudizio complessivamente benevolo degli impegni.

Ma è proprio dall’Europa che forse ci si aspettavano proposte che rispecchiassero la leadership, rivendicata negli ultimi 10 anni, sugli impegni contro i cambiamenti climatici. E questo tanto non in termini di impegni, infatti la riduzione delle emissioni di GHG di almeno il 40% nel periodo 2021-2030, (sui livelli del 1990), con un uso limitato del settore LULUCF tra l’1 e il 3% e non utilizzo di crediti internazionali di carbonio, appare significativa, quanto proprio nell’approccio.

Il sistema attuato in Europa negli ultimi 10 anni, l’ETS, sta mostrando dei limiti strutturali e da più parti si sollevano dubbi sulla reale efficacia di questo meccanismo, proponendo soluzioni alternative come una carbon tax. In Italia, giusto il 4 maggio u.s. le Commissioni riunite Industria e Ambiente del Senato hanno approvato una risoluzione sull’Unione dell’energia proprio in questa direzione.

Parigi Cop21

Forse l’Europa, dopo 7 anni di crisi economica, è rassegnata alla deindustrializzazione, cercando di trasformarsi in un continente di servizi, un settore meno emissivo, similmente a quanto fatto dalla Gran Bretagna negli anni novanta.

Persino gli industriali difendono oggi l’ETS, probabilmente con la preoccupazione che una revisione del sistema conduca a obblighi ambientali più onerosi, oppure per la convinzione che produrre fuori dall’EU è conveniente per tanti aspetti.

Il vecchio Continente sembra accettare il fatto che i beni di cui necessita sia prodotti in territori extra-EU, dati i costi energetici europei non competitivi al livello globale e i costi ambientali unici, letteralmente, al mondo.

Questo approccio rischia di essere uno storico abbaglio sia per la dolorosa riconversione economica che alcuni Stati, in primis l’Italia (2° paese manifatturiero d’Europa), dovranno affrontare e soprattutto, in questa sede, per l’inevitabile e conseguenziale aumento delle emissioni planetarie.

Dato il mix energetico europeo e l’efficienza dell’industria, se, ad esempio, a una tonnellata di acciaio prodotta in EU può essere associato 1 kg di CO2, per lo stesso bene prodotto in Cina o India si emetteranno 2 kg di CO2. Di fatto, la politica europea è pro-emissiva.

In compenso delocalizzando la produzione dei nostri consumi incrementeremo le emissioni. L’Europa continua a pensare in maniera territoriale, quasi che le emissioni e i cambiamenti climatici si possano fermare alla frontiera come disperati sui gommoni.

Parigi Cop21Probabilmente è questo il motivo per cui la Cina potrebbe accettare un accordo, perché è arrivata all’ovvia considerazione che sia meglio un accordo mondiale immediato ma blando e procrastinato nel tempo, piuttosto che una puntuale contabilizzazione delle emissioni sui prodotti che potrebbe portare a una perdita di competitività industriale a favore delle industrie low carbon europee e statunitensi.

Meglio, dunque, un ETS mondiale con un’autorità cinese a contabilizzare e comunicare al mondo quanto le imprese cinesi sono state virtuose nella riduzione delle emissioni che una carbon tax sui prodotti importati nel mercato europeo con soggetti terzi a profilare i GHG degli opifici cinesi.

Parigi è all’orizzonte, e si sente. Si avvertono lenti movimenti, prese di posizione, strategie d’attacco e di difesa. Il tempo delle decisioni arriverà e l’Europa non potrà più limitarsi a essere un modello virtuoso nelle politiche ambientali territoriali, a pagare la limitazione delle emissioni con il proprio tessuto industriale, ma dovrà prendersi anche le responsabilità di una vera leadership.

Agime Gerbeti
(autrice del libro «CO2 nei beni e competitività industriale europea», Delfino Editore)
https://it.linkedin.com/pub/agime-gerbeti/8/683/3b9
[27 Lug 2015]