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Benessere umano e tutela ambientale

Dopo Copenhagen, la Conferenza del Messico deve condurre ad un accordo mondiale sul cambiamento climatico, per dare risposte più concrete all’urgente richiesta di sviluppo sostenibile
Dopo Copenhagen, la Conferenza del Messico deve condurre ad un accordo mondiale sul cambiamento climatico, per dare risposte più concrete all’urgente richiesta di sviluppo sostenibile

di Rejendra Kumar PachauriNel panorama internazionale, crescita economica e biocapacità sono fattori attentamente valutati nell’ambito di scelte politiche atte ad invertire i danni ambientali prodotti nel recente passato.

Mentre il mondo si sforza di conciliare gli approcci convenzionali per lo sviluppo economico con la conservazione delle risorse naturali, dovranno essere introdotti nei prossimi anni sistemi di valutazione non convenzionali al fine di misurare il benessere economico. Tuttavia, quale che sia il sistema adottato per misurare l’economia nonché i fattori che determinano lo sviluppo economico o che generano impatti sull’ambiente dovranno essere concepiti all’interno di un preciso quadro concettuale e essere affiancati da dati precisi.

Il rischio altrimenti sarà quello di percepire questi concetti come vuoti e privi di significato nel caso in cui gli stessi non siano supportati da prove empiriche. Noi, quindi, abbiamo bisogno che la ricerca compia sforzi notevoli affinché sia possibile stabilire in termini sia concettuali sia pratici come si possa equilibrare lo sviluppo economico apportando considerazioni di equità intergenerazionale, oltre agli obiettivi legati alla conservazione delle risorse naturali e alla tutela dell’ambiente.

I costi ambientali rallentano l’India

Un momento dell’intervento di Pachauri alle Nazioni Unite come Presidente dell’IPCCPresso l’Istituto TERI (The Energy and Resources Institute), fondato a New Delhi nel 1974, che attualmente dirigo, è stata completata una ricerca svolta per i primi cinquant’anni dell’indipendenza dell’India (1947-1997) e tesa a stimare quanto fosse stato fatto per la gestione delle principali risorse naturali, e quali fossero stati i fattori che avessero maggiormente inciso per lo sviluppo economico della nazione nella quale sono nato. E successivamente un analogo progetto è stato elaborato per stabilire quale potrebbe essere lo stato dell’ambiente in India nei prossimi cinquant’anni. Questo studio ha rivelato fattori importanti per le diverse aree oggetto di analisi, sia in termini di sicurezza e ordine pubblico sia in termini di precise strategie economiche. Abbiamo stabilito, per esempio, come l’India ogni anno stia perdendo oltre il 10% del Pil a causa degli elevati costi ambientali e dei danni che si verificano in termini di risorse fondamentali come inquinamento atmosferico, idrico e di scarsa salubrità del suolo, dimensioni ed entità delle foreste e riduzione della biodiversità. La sola perdita di produzione agricola a causa del degrado dei suoli è stata stimata arrivare sino al 26% su base annua. L’Istituto TERI è giunto a stimare quanto sia stato fatto sino ad oggi in India per la tutela delle principali risorse naturali e se da un certo punto di vista questa analisi risulta essere la normale prosecuzione del lavoro già svolto per il precedente periodo relativo ai primi cinquant’anni dall’Indipendenza, la valutazione dello stato attuale mostra da un lato alcuni incoraggianti sviluppi e dall’altro evidenzia il perdurare di ragioni di preoccupazione. L’India non è la sola nazione a dover affrontare il ben noto dilemma tra la protezione dell’ambiente e il perseguire forme di rapida crescita economica, anche perché le politiche nei Paesi terzi sono lo specchio di quello che avviene nel resto del mondo sviluppato, ed è quindi probabile che permanga per parecchio tempo anche nel continente indiano questo conflitto tra crescita smodata e tutela dell’ambiente. La risposta, naturalmente, sta nella corretta valutazione di quali siano le scelte innovative migliori a fronte di una rigorosa valutazione atta a minimizzare i costi umani ed economici che portano al degrado ambientale delle risorse naturali.

La richiesta ecologica dei Paesi

A livello globale, l’IPCC attraverso la pubblicazione del noto rapporto annuale, pone regolarmente in evidenza lo stretto sistema di relazioni, che determinano lo stato dell’ambiente, sia in termini di impatti bioclimatici sia in termini di impatti sull’ecosfera, ed illustra quali siano le strategie che sono state messe in atto dai diversi Paesi, e nelle diverse regioni climatiche, per la protezione dell’ambiente. E per far questo si adottano svariati criteri tra i quali la stima dell’impronta ecologica pro capite. Viene successivamente elaborata una statistica e indubbiamente, stilare una classifica del genere significa valutare molteplici aspetti e stabilire differenti indicatori. Ma la graduatoria pubblicata è molto interessante: l’impronta ecologica maggiore, e non deve sorprendere, è quella attribuibile agli Emirati Arabi Uniti assieme agli Stati Uniti d’America, assai prossimi per valore degli indicatori ai primi. È interessante notare come il Malawi si collochi proprio in fondo alla classifica preceduto nell’ordine da Afghanistan, Haiti, Congo, Bangladesh.

Obiettivi prioritari

È chiaro come vi siano due tipologie di azioni che dovrebbero essere sostenute per portare il mondo da questo stato di squilibrio ad uno stato di equilibrio. In primo luogo, l’impronta ecologica dovrebbe essere ridotta attraverso l’adozione di tecnologie innovative, la modificazione dei comportamenti e l’adozione di uno stile di vita diverso, dovrebbe essere sostenuta una maggiore innovazione sia nei prodotti sia nei processi di produzione. In secondo luogo, è necessario che l’umanità riesca a intraprendere un cammino verso la sostenibilità in modo significativo e rapido. Ciò richiederebbe urgenti misure di riforestazione in vasti territori e la tutela delle foreste esistenti al fine di ricostruire lo stock di alberi e piante esistente sino al secolo scorso in tutto il Pianeta. Sarebbe inoltre necessario ridurre le emissioni di minerali e ridurre il ricorso ai combustibili, come carbone e idrocarburi, sia al fine di ripulire l’aria che respiriamo, sia per eliminare l’inquinamento marittimo e fluviale e, in generale, invertire gli effetti prodottisi a seguito di un errato concetto di sviluppo, nella consapevolezza che i processi di combustione hanno peggiorato aria, acqua, suolo, danneggiato irreparabilmente le foreste e ridotto la biodiversità. Tutto ciò è alla portata dell’umanità ed è ampiamente fattibile grazie ai mezzi e alle conoscenze di cui disponiamo. Ciò che è importante è vedere che ci si sta avviando gradatamente verso modelli di crescita economica più misurati, modelli più sostenibili, in modo che le politiche finali economiche ed ambientali convergano anche al fine di invertire i danni causati nel recente passato.

Il Messico, dopo Copenhagen

La Conferenza di Copenhagen aveva lo scopo di trovare un accordo sui cambiamenti climatici e non ha chiaramente apportato significativi progressi: questo può essere il risultato di molteplici fattori che vanno da una certa fissità di vedute, alla tutela degli interessi consolidati all’ignoranza. La questione che si pone adesso è se vi sarà abbastanza tempo per giungere ad un accordo mondiale in vista della prossima Conferenza delle Parti in Messico e se sarà valutato il problema più ampio dello «sviluppo insostenibile», di cui i cambiamenti climatici sono, nel migliore dei casi, solo un sintomo. L’umanità non può continuare ad ignorare la dipendenza vitale che esiste tra benessere umano e tutela dell’ambiente.

Rejendra Kumar Pachauri

Presidente della Commissione intergovernativa
dell’ONU sul cambiamento climatico
e Premio Nobel per la pace