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Commissione europea e ambiente: l’Italia inadempiente

Acque reflue

La Commissione sollecita l’Italia a migliorare la raccolta e il trattamento delle acque reflue, inoltre ad attuare le norme dell’UE sui fondi di investimento alternativi

Custode dei trattati che fanno dell’Europa un’Unione, quindi attenta osservatrice del rispetto degli obblighi e, nel caso trasgrediti, artefice della pena in relazione all’infrazione. Puntualmente, ogni mese, la Commissione Europea chiama a rapporto gli «inadempienti» avviando varie azioni legali nei confronti di alcuni Stati membri che non hanno rispettato gli obblighi previsti dal diritto dell’UE. Le decisioni, relative a molteplici settori, mirano a garantire la corretta applicazione del diritto dell’UE nell’interesse dei cittadini e delle imprese.

E così, anche questo mese, la Commissione ha puntualmente redatto la lista dei «cattivi»: il 26 marzo ha infatti adottato 89 decisioni, compresi 11 pareri motivati e 8 deferimenti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea. Quando i problemi con gli Stati membri interessati sono risolti senza la necessità di proseguire oltre nel procedimento, i casi vengono archiviati dalla stessa Commissione.

Raccolta e trattamento delle acque reflue: un punto debole

Nel pacchetto di infrazioni presentato a marzo, la Commissione europea sollecita l’Italia a migliorare la raccolta e il trattamento delle acque reflue provenienti da numerosi agglomerati di tutto il paese. Ai sensi della normativa UE, le città sono tenute a raccogliere e a trattare le acque reflue urbane in quanto le acque non trattate rappresentano un rischio per la salute dell’uomo e inquinano i laghi, i fiumi, il suolo e le acque costiere e freatiche. Secondo la legislazione dell’UE entro il 2005 doveva essere introdotto un trattamento secondario per tutte le acque reflue provenienti da agglomerati con un numero di abitanti equivalenti compreso tra 10.000 e 15.000 e per gli scarichi in aree sensibili, quali acque dolci ed estuari, provenienti da agglomerati con un numero di abitanti equivalenti compreso tra 2.000 e 10.000. Tale scadenza era il 2000 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con un numero di abitanti equivalenti superiore a 15.000. Un trattamento più rigoroso doveva essere adottato entro il 1998 per tutti gli scarichi provenienti da agglomerati con un numero di abitanti equivalenti superiore a 10.000 e immessi in aree sensibili e nei relativi bacini drenanti. La Commissione ritiene che in Italia 817 agglomerati con un numero di abitanti equivalenti superiore a 2.000 non raccolgano né trattino adeguatamente le proprie acque reflue. Tra gli agglomerati più grandi figurano Roma, Firenze, Napoli e Bari. Alcuni agglomerati non rispettano inoltre l’obbligo di applicare un trattamento più rigoroso agli scarichi in aree sensibili. Sono interessati una ventina di enti locali tra regioni e province autonome: Abruzzo, Basilicata, Bolzano, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trento, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto. L’Italia non rispetta inoltre l’obbligo di eliminare il fosforo e l’azoto dagli scarichi in 32 aree sensibili. Gli scambi di informazioni con l’Italia hanno confermato l’esistenza di quelle che la Commissione considera violazioni sistematiche degli obblighi UE. La Commissione ha pertanto emesso un parere motivato. Se non verranno adottate misure concrete per ovviare al più presto a tali carenze, la Commissione potrebbe adire la Corte di giustizia dell’Unione europea.

Attuazione delle norme UE sui fondi di investimento alternativi

La Commissione europea ha formalmente sollecitato l’Italia e l’Estonia a recepire nel proprio ordinamento giuridico nazionale la direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi (2011/61/UE) e a notificarle le pertinenti misure nazionali di attuazione. La direttiva definisce il quadro regolamentare e di vigilanza per i gestori di regimi di investimento alternativi destinati a investitori professionali. Le norme europee armonizzate contenute nella direttiva sono intese ad accrescere la trasparenza delle attività dei gestori di fondi di investimento alternativi (GEFIA) e dei fondi da essi gestiti. La Direttiva è stata recepita parzialmente da entrambi gli Stati membri. Nel caso dell’Italia non sono state ancora notificate importanti misure concernenti le condizioni di accesso e di autorizzazione dei gestori di fondi alternativi, nonché le norme sui depositari, sulla gestione e la commercializzazione di fondi alternativi e sulla vigilanza. Nemmeno l’Estonia ha notificato determinate norme applicabili all’autorizzazione di gestori di fondi alternativi, né le norme applicabili ai depositari. L’Italia e l’Estonia avevano tempo fino al 22 luglio 2013 per attuare la direttiva nel proprio ordinamento giuridico nazionale. La Commissione emette pertanto un parere motivato per entrambi i paesi. In caso di inottemperanza entro due mesi, la Commissione potrebbe decidere di adire la Corte di giustizia e di proporre la comminazione di una sanzione pecuniaria a norma dell’articolo 260, paragrafo 3, del TFUE.

Roberta Di Giuli
[31 Mar 2015]