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Infrastrutture per la mobilità in Italia: andamento lento

Ance Eurostat 2009
Ance Eurostat 2009

di Paolo Buzzetti • Il nostro Paese, per colmare il ritardo accumulato nel settore infrastrutturale, deve puntare ad un piano unitario strategico, a risorse adeguate e a tempi di realizzazione certi

 

 

Sul terreno delle infrastrutture il nostro Paese è oggi decisamente più arretrato rispetto al resto d’Europa. Eppure negli anni ’60-’70 le cose non stavano così. Il sistema autostradale italiano, ad esempio, era tra i più moderni e sviluppati a livello europeo. Ma negli ultimi anni, mentre i nostri partners hanno investito per velocizzare la realizzazione delle infrastrutture necessarie a far crescere la competitività e l’efficienza dei diversi sistemi-Paese, l’Italia invece è rimasta ferma.

Basti dire, ad esempio, che la rete autostradale italiana raggiunge solo i 6.554 km, poco più di una volta e mezzo la dotazione del 1970.

Lo stesso discorso vale per il trasporto su ferro. Nell’ultimo decennio, mentre il numero dei passeggeri è cresciuto del 53%, la rete ferroviaria è aumentata solo del 4%.

Il quadro si fa ancora più sconfortante se consideriamo l’alta velocità. Nei primi anni ’80 eravamo, con la Francia, l’unico Paese a disporre di questo tipo di collegamento. Dopo oltre 25 anni siamo il fanalino di coda anche su questo fronte, con soli 562 km di linea «veloce» a fronte dei 1.225 km realizzati in breve tempo dalla Spagna, dei 1.300 tedeschi e dei 1.573 francesi.

Inoltre, mentre gli altri Paesi si stanno adoperando per sviluppare ulteriormente le loro linee interne e per connettere rapidamente e in modo efficiente le reti nazionali con la rete europea dei trasporti, in Italia si stanno ancora progettando le principali opere transfrontaliere e le linee che permetteranno al Mezzogiorno di accedere alla rete ad alta velocità.

In questi anni, grazie alla sua posizione geografica, l’Italia sarebbe potuta diventare la piattaforma logistica al centro del Mediterraneo. Purtroppo fino a oggi la carente dotazione infrastrutturale dei nostri porti e l’assenza di una pianificazione strategica degli investimenti hanno impedito il pieno sviluppo del settore. Con la conseguenza che le strutture portuali italiane continuano a perdere quote di mercato non solo rispetto ai porti del Nord Europa ma anche rispetto a quelli mediterranei.

Potrei fare lo stesso discorso con il sistema aeroportuale, che ancora oggi sconta la mancanza di un chiaro piano di integrazione tra i diversi scali nazionali e di politiche di sviluppo certe.

Un ruolo strategico

Dati Railway directory/ANCENon possiamo dimenticare che l’efficienza delle infrastrutture gioca un ruolo fondamentale anche per la competitività e la vivibilità a livello urbano.

In questo senso credo che una delle sfide cruciali per il futuro delle nostre metropoli sia quella di garantire spostamenti rapidi, efficienti e «puliti» ai tanti pendolari che si muovono quotidianamente per motivi di studio o di lavoro.

Investire nelle reti di trasporto pubblico locale, come linee metropolitane e tranviarie, significa incoraggiare uno sviluppo sostenibile delle città, ridurre le emissioni inquinanti nell’atmosfera, educare i cittadini all’uso pulito del trasporto senza chiedere loro troppi sacrifici in termini di tempi di spostamento e accessibilità. E proprio una migliore accessibilità dei luoghi e un efficiente sistema logistico sono gli obiettivi di una politica infrastrutturale che vuole garantire sviluppo, ridurre gli squilibri e migliorare le condizioni di vita e di lavoro sul territorio.

Naturalmente la necessità di avviare un serio processo di recupero del ritardo infrastrutturale italiano non può prescindere da un livello di risorse pubbliche adeguato alla programmazione e continuo nel tempo.

Utilizzo delle risorse e tempi brevi

Estensione infrastrutture ferroviarieÈ opportuno ricordare poi che, accanto alle grandi opere, è necessario finanziare la realizzazione di interventi medio-piccoli diffusi sul territorio che, specie in questa difficile fase congiunturale, possono contribuire concretamente a creare nuova occupazione e a rilanciare l’economia.

Per questo è necessario che siano aperti i cantieri per quelle opere, approvate già da diversi mesi dal Cipe su proposta dell’ANCE, cui è stato destinato un miliardo di euro.

Tali risorse, come è già avvenuto in Spagna e in Francia, potranno garantire un effetto importante sulla tenuta del sistema industriale delle costruzioni e, soprattutto, contribuire alla modernizzazione del Paese.

Ma in Italia non è solo la carenza delle risorse a ostacolare il recupero infrastrutturale. Un altro forte elemento di criticità è dato dalle lungaggini burocratiche e dalle inefficienze della P.A.. I tempi, sia per l’allocazione dei finanziamenti che per la realizzazione delle opere, sono troppo lunghi a causa di procedure bizantine e farraginose.

È inaccettabile che nel nostro Paese servano 4 anni e mezzo per completare la progettazione di opere di importo inferiore ai 50 milioni di euro e quasi 6 anni per le opere di importo superiore. Un piano unitario strategico, risorse adeguate e tempi certi sono quindi le tre condizioni imprescindibili per dare al nostro Paese la possibilità di recuperare il ritardo infrastrutturale e uscire meglio e più rapidamente dalla crisi.

Ma la crisi economica può e deve essere l’occasione anche per investire nel risparmio energetico, che oltre a essere un importante strumento anticiclico è oggi l’unica strada per accelerare la transizione verso un’economia a basse emissioni.

Quello che troveremo all’uscita del tunnel della recessione sarà sicuramente un mercato delle costruzioni nuovo e diverso, dalle dimensioni quantitativamente ridotte rispetto agli anni passati, ma che si fonderà su una maggiore selezione dei prodotti. Un mercato in cui emergerà con forza l’attenzione agli aspetti qualitativi del costruito, e cioè efficienza energetica, bellezza architettonica, sicurezza, sostenibilità ambientale.

Paolo Buzzetti

Presidente ANCE