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Oro verde. La nuova era del sistema energetico

Energia eolica

Dalla COP21 di Parigi un messaggio chiaro: per contenere l’aumento della temperatura globale bisogna puntare su energie rinnovabili ed efficienza energetica

Sono trascorsi ormai quasi vent’anni da quando, nel 1997, i grandi della Terra si riunirono in Giappone per trovare una soluzione al problema del riscaldamento globale, dando vita a quello che tutti conoscono come Protocollo di Kyoto. Il trattato prevedeva l’obbligo per i Paesi industrializzati di ridurre, nel periodo 2008-2012, le emissioni di gas serra in una misura non inferiore al 5% rispetto a quelle registrate nel 1990. Nel corso degli anni fu ratificato da 175 Paesi, tra cui però non figuravano gli Stati Uniti, a quei tempi i principali produttori di gas climalteranti a livello globale. Il documento, inoltre, non imponeva obblighi di riduzione a Paesi come Cina, India e Brasile considerati all’epoca in via di sviluppo e che hanno aumentato in maniera esponenziale, nel corso degli anni, le emissioni di CO2. Non stupisce, dunque, che il processo abbia finora prodotto risultati modesti e che i vari tentativi di estensione del Protocollo al post 2012 (da Copenhagen a Doha) non abbiano rappresentato significativi passi in avanti.

Il lento ma costante innalzamento della temperatura globale richiede tuttavia azioni urgenti per evitare l’aumento di fenomeni estremi (siccità, alluvioni, uragani, scioglimento dei ghiacciai) e le conseguenti ricadute irreversibili sull’ecosistema. Per questo la Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi (COP21), che si è tenuta dal 30 novembre al 11 dicembre, è stata considerata come l’ultima chiamata per raggiungere un accordo internazionale per il contrasto del cambiamento climatico. Rispetto agli appuntamenti precedenti, due grandi novità hanno fin da subito fatto ben sperare per la riuscita del negoziato. Anzitutto, si sono seduti al tavolo con obiettivi di riduzione i grandi assenti di Kyoto come Stati Uniti e Cina. Per la prima volta ha contribuito attivamente al dibattito anche il settore privato, che in un sistema economico di libero mercato è di fatto il principale attore del processo di decarbonizzazione.

cop21L’accordo, sottoscritto da tutti i 195 Stati partecipanti, verte su alcuni punti fondamentali. Una delle necessità più impellenti riguarda l’aumento della temperatura terrestre, che dovrà essere contenuto tra gli 1,5 e i 2 gradi centigradi. Per riuscirci, le emissioni climalteranti dovranno essere gradualmente abbattute finché, nella seconda metà del secolo, la produzione di gas serra sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente. I progressi in questo ambito saranno soggetti a revisione e controllo ogni cinque anni, in nuove Conferenze. Infine, i Paesi più poveri riceveranno ogni anno un sussidio di 100 miliardi di dollari per sviluppare fonti di energia sostenibile.

Alcune di queste disposizioni sono legalmente vincolanti, mentre su altre i vari Paesi potranno decidere di impegnarsi su base volontaria. Tutti dovranno obbligatoriamente fornire i propri target di riduzione delle emissioni e sottoporsi al processo di revisione quinquennale, ma il nodo principale è costituito dall’assenza di sanzioni nel caso in cui gli obiettivi non vengano raggiunti.

Per vincere la sfida al cambiamento climatico sarà quindi necessaria una vera e propria svolta energetica «verde» da parte dei principali attori dello scenario industriale: gli Stati Uniti, che con l’amministrazione Obama hanno iniziato a puntare pesantemente sulla green economy, e i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), i Paesi che negli ultimi anni hanno registrato i maggiori tassi di sviluppo economico.

Impegno e risultati dei BRICS

Proprio il Brasile è il capofila, non soltanto alfabetico, del gruppo. Grazie alla grande abbondanza di risorse naturali come acqua e vento, la quota di rinnovabili nella produzione elettrica del Paese supera l’80%. Alla fine del 2015 il Ministero delle Miniere e dell’Energia brasiliano ha lanciato un programma (ProGD) per favorire lo sviluppo della generazione distribuita e in particolare del solare fotovoltaico domestico. Oltre a fissare un prezzo di riferimento per l’energia prodotta da questi impianti, ProGD prevede la creazione di linee di credito e incentivi per progetti di generazione distribuita residenziale, commerciale e industriale. Il Governo ritiene che ciò possa spingere, entro il 2030, circa 2,7 milioni di brasiliani a installare un mini-impianto nella loro casa, producendo 23.5 GW addizionali di energia a zero emissioni.

Il 2015 è stato un anno record per le fonti verdi anche in Cina, in particolare per il fotovoltaico che ha raggiunto un totale annuo di 18.300 MW. Il National Bureau of Statistics cinese ha comunicato un calo del consumo di carbone del 3,7%: una tendenza che dovrebbe confermarsi alla luce delle stime IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis), che prevedono l’installazione nel corso del 2016 di 62.000 MW di capacità a zero emissioni. Dati che, insieme al miglioramento dell’efficienza energetica, consentirebbero alla Cina di raggiungere i suoi obiettivi di abbattimento delle emissioni di CO2 (che hanno raggiunto il loro picco nel 2014) entro il 2030.

Inquinamento - Cina

Da sempre legato alla generazione elettrica con combustibili fossili e alla costante ricerca di nuova energia per alimentare la crescita, l’India ha intrapreso la strada del nucleare sin dagli anni Settanta, senza riuscire tuttavia a liberarsi dalla dipendenza dal carbone che ancora oggi rappresenta circa il 70% della produzione nazionale. Il Governo ha più volte dichiarato di voler innovare l’intero sistema energetico a partire dallo sviluppo diffuso delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di portarle al 40% del mix entro il 2030 attraverso progetti come «Digital India» e «Make in India». Secondo uno studio del WWF l’India avrebbe il potenziale per diventare al 100% rinnovabile entro il 2050, ma ciò richiederebbe grandi investimenti nello sviluppo di energia eolica, solare e idroelettrica, un efficientamento dei processi produttivi e consumi più consapevoli da parte dei cittadini.

Il Sudafrica è un Paese in forte crescita demografica ed economica, ma ancora privo delle infrastrutture di generazione e trasmissione di elettricità adatte ad accompagnarne lo sviluppo. Attualmente il Paese ha una media di emissioni di CO2 tra le più alte al mondo e si affida soprattutto al carbone per la generazione di energia elettrica. Le rinnovabili rappresentano lo strumento più adatto per soddisfare in maniera rapida e sostenibile questa grande fame di energia. Per questo, il Governo ha avviato un Piano di potenziamento del sistema elettrico nazionale che ha visto l’apertura del mercato della generazione ai privati e il varo del «Renewable energy independent power producer programme» (REIPPP), una serie di gare pubbliche per assegnare a operatori specializzati la realizzazione di impianti di generazione e raggiungere l’obiettivo di 18 GW di capacità installata rinnovabile entro il 2030. Con il completamento del REIPPP, che porterà le rinnovabili al 12% della generazione, il Sudafrica sarà tra i primi 15 paesi al mondo per numero di progetti green. Uno sviluppo considerevole per un Paese in cui, nel 2012, le fonti green costituivano meno dell’1% del mix energetico.

In pesante controtendenza soltanto la Russia, dove lo sviluppo di energia rinnovabile è stato frenato dalla mancanza di incentivi statali e dall’enorme disponibilità di fonti convenzionali a basso costo. In base al rapporto «Russian Federation Power Market Outlook to 2025, Update 2015 – Market Trends, Regulations, and Competitive Landscape» di GlobalData, solo lo 0,1% della produzione di energia totale russa proviene da fonti green diverse dall’idroelettrico. Il potenziale rinnovabile del Paese, che è ora alle prese con l’incremento dell’efficienza e della compatibilità ambientale delle centrali, è tuttavia enorme: la biomassa, se sviluppata, potrebbe fornire 15 GW di energia elettrica, mentre l’eolico addirittura 700 GW.

Italia, un Paese in eco-crescita

Come si colloca l’Italia in questo quadro? Dopo i picchi del 2014, in cui la quota rinnovabile del nostro mix di produzione elettrica aveva toccato il 44,9%, lo scorso anno ha registrato una flessione (40,5%) in gran parte dovuta all’annata difficile che il settore idroelettrico ha attraversato a causa della scarsa piovosità. Lo scenario complessivo resta comunque incoraggiante.

Crescita rinnovabili Italia

Lo studio di Legambiente «Comuni Rinnovabili» dimostra come nel 2014 le rinnovabili hanno contribuito a soddisfare il 38,2% dei consumi elettrici complessivi. Di questi, l’11% deriva dal solare, che ci rendono il primo Paese al mondo per l’incidenza di questa tecnologia sui consumi elettrici. Buone notizie anche dal fronte generazione distribuita. I piccoli impianti rinnovabili, che nel 2005 erano appena 356, hanno superato quota 800.000 unità (cifra in costante aumento) e sono presenti in tutti gli 8.047 Comuni italiani, a conferma del ruolo chiave che stiamo giocando per la transizione energetica europea.

Paolo Magnani
[16 Mar 2016]