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Le mappe geografiche dell’energia. Risorse e scelte globali

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Energia e ambiente nelle prospettive globali. Interazioni (strategiche e non) tra scelte di nazioni, scienza e persone. Non sempre la scelta ecologica è la più gradita, sia per business che per ignoranza

Lo sviluppo industriale, sociale ed economico di un paese è direttamente proporzionale alle possibilità di produzione, distribuzione di vari settori. Quello più cartina di tornasole è l’energia. Questo discorso ormai non riguarda, come abbiamo visto anche dalla ultima COP, quella n.22 di Marrakesh, un singolo paese, ma tiene stretto in maniera sempre più forte il legame tra più stati che condividono, almeno sulla carta, Piani energetici nazionali, politica e sicurezza internazionale. In questo scenario, gli Stati da una parte devono capire come diventare indipendenti energicamente, dall’altra come aumentare, a volte con mal di pancia, la consapevolezza che il legame con gli altri stati sia sempre più saldo e necessario in tale direzione.

Gli Stati sanno benissimo di essere dipendenti dalle importazioni di fonti energetiche l’uno con l’altro, rendendo realistica la minaccia che se si dovessero interrompere tali importazioni si avrebbero black-out energetici o mancanza di gas. Nemmeno politiche molto spinte, tipo sulle rinnovabili, come quelle dei paesi del Nord, stanno risolvendo la crisi energetica globale. Forse una delle soluzioni può essere l’approvvigionamento, insieme alla strada già percorsa delle nuove tecnologie, di nuove idee che possono permettere di unire tre concetti basilari oggi ancora poco in voga: consumare meno, farlo in maniera intelligente e aumentare il grado di consapevolezza delle tecnologie esistenti. Tutto questo per produrre ed avere a disposizione energia necessaria al fabbisogno rispetto all’affermazione assoluta della sicurezza energetica di ogni singolo Stato.

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Proviamo però a fare un passo indietro con un’analisi più ampia, partendo dal World Energy Outlook (WEO) dell’anno scorso. I dati ci dicono che i prezzi del petrolio hanno registrato un forte calo in quasi tutte le parti del mondo. La situazione è alquanto contraddittoria: da una parte, grazie alle quotazioni basse, India, Indonesia e la Cina hanno varato nuove misure per promuovere meno aiuto economico alle fonti fossili (la Cina in primis, ad esempio, ha promosso il piano meno «energy-intensive»), dall’altra parte gli USA, in totale controtendenza, stanno ritrattando l’entrata nelle COP e tendono ad uscirne per paura di entrare in competizione con Cina e Russia e una parte dell’India in questo processo di «meno fossili». Ovvero stanno tentando di riportare tutte le produzioni internamente grazie alla scellerata convinzione di Trump che non vuole chiudere miniere di carbone. Tutto questo per tornare ad essere necessari alle altre potenze, alzando la domanda, come l’esempio della Russia diventata necessaria agli altri paesi per il gas.

In questi giochi di potere sfugge che la crescita, però, dei consumi mondiali è sempre di più distribuita in quegli Stati che chiamiamo emergenti, ovvero e appunto, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

Come possiamo vedere da un mio ultimo articolo per Green Report, ne viene fuori una contraddizione di base: mentre i consumi e la popolazione di questi paesi crescono, gli impegni che incentivano l’uso di fonti e tecnologie a più? bassa intensità? di carbonio, con l’ingresso di fonti rinnovabili in altri Paesi, arrivano a fatica. Cosa non ha funzionato per non rendere queste tecnologie fruibili e replicabili in ogni paese nel mondo? La prima causa o primo problema appunto in cui va ravvisato tale divario è che lo sviluppo tecnologico è stato troppo veloce rispetto alla capacità di apprendimento di «questa generazione». La quantità delle informazioni è stata troppo alta rispetto alla qualità di apprendimento che si possiede come competenza storica. Proveniamo ancora dalla scoperta della carta, dalle guerre mondiali e da disastri nucleari che ci hanno posto in una posizione scomoda rispetto alle prime innovazioni e una tecnologia che definiremmo «di base».

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All’improvviso il libro scolastico è stato sostituito da demo digitali, la comunicazione affidata ai social e a reti sempre meno neutrali. Al contempo, per le generazioni che ricordano almeno i Dire Straits o Pink Floyd, al bar continuano a sfogliare giornali e gestire la notizia già «passata». Il tg delle 13.00 è ormai superato da mini tg giornalieri e H24. Ergo, progettiamo impianti iper tecnologici per fotovoltaici senza però ancora avere un’idea chiara su cosa siano le Smart Grid e lo stoccaggio energetico. Parliamo ancora di città intelligenti e pensiamo che una panchina intelligente o un drone sia la nostra salvezza. Ma le città sono sempre più intasate e il green rimane un’utopia legata solo a poche pratiche. Ora, acceso il fiammifero di una necessaria competenza per la comprensione del fenomeno «cultura tecnologica troppo veloce», si sa sempre meno del cosiddetto digital device cognitivo. Ovvero, pur capendo la tecnologia, si genera il problema di come gestire tanti dati. Qui spuntano mode e parole di rito: industria 4.0, Internet delle cose, Big data e tanto altro.

Invece è arrivata l’ora di pensare che viviamo in un’epoca caratterizzata da una generalizzata difficoltà di approccio ai fenomeni nuovi e che sono difficilmente replicabili in paesi che faranno schizzare la domanda energetica. Se pensiamo agli attentati anche lì viene fuori sempre più l’importanza della sicurezza, anche in termini energetici, e lo sviluppo economico e l’interconnessione tra stati passano attraverso concetti veri come coesione e sviluppo democratico. Le strategie comuni non sono e non devono diventare uno slogan. L’energia, la sicurezza di uno Stato e lo sviluppo sono la dura realtà che se non supportati da tecnologie comprensibili e, allo stesso tempo, innovative, non hanno senso compiuto.

Bisogna, nello stesso tempo, sempre più districarsi nell’intreccio tra situazione energetica, raggruppamento di stati a livello internazionale e relazioni internazionali per politiche di sicurezza più centrate e più comuni. L’energia è il driver per stimolare la crescita e lo sviluppo economico.

Marco Santarelli
Marco Santarelli

Nello stesso scenario la capacità di intessere rapporti trasversali con gli altri deve sposarsi bene con il profitto in un equilibrio tra PIL, aumento demografico e fabbisogno reale energetico. Il divario tecnologico da superare è direttamente proporzionale a quello tra produzione di energia e consumo energetico internazionale. Qui o si giocherà la partita del futuro energetico o si creerà un forte disallineamento tra gli stati con potenziale insicurezza energetica internazionale.

Da mondi energetici sempre più caratterizzati da grandi consumi di elettricità, come detto dell’Asia per esempio, la domanda di energia elettrica e termica aumenterà a dismisura e se è vero che l’Asia stessa (minata dalla Cina in tale direzione) ha poche riserve fossili, bisogna incentivare ancora di più il campo delle rinnovabili, soprattutto nel solare, eolico ed idroelettrico e quella che chiameremmo «intelligenza energetica» a livello internazionale. Ma qui una seconda causa (o secondo problema): quanto tempo servirà a livello mondiale per dare energia a tutti in maniera indiscriminata? Questa domanda fa scattare due ulteriori interrogativi: il primo è quanti vogliono investire realmente, degli Stati internazionali, sulle fonti rinnovabili? Nel caso contrario quanti vorrebbero invece accaparrarsi il fabbisogno energetico dell’Asia e creare ricchezza con le esportazioni delle fonti fossili? Due domande che possono essere messe da subito sul tavolo dei più potenti della terra. Ovvero gli Stati devono scegliere: o dare attenzione alle importazioni, con una collaborazione capillare ai cosiddetti «paesi di transito» (ultimo esempio le guerre in Iran e Iraq) o agire in maniera diretta e capire che il concetto di rendita, che riguarda la scarsità di un bene in circolazione o la forte domanda, debba assolutamente predisporsi all’interno di una salvaguardia dell’ambiente che sposi in pieno la politica energetica delle rinnovabili. Con questo vogliamo toccare l’ultimo tasto che permette di entrare meglio, per grado di incidenza, in questo problema. Non si tratta di fare delle dissertazioni geopolitiche, ma di capire come questa interessante possibilità energetica attuale deve disporsi attraverso una nostra proposta/concetto: la contestualizzazione razionale del «contesto energetico».

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Come ci insegna il buon uso della rete, ogni qualvolta si istituisce una relazione con un’altra cosa, che sia esso un oggetto o concetto, si deve tener presente che si instaura già un contatto. Tale contatto genera una mappa, una via di transito, una strada da cui partire e una meta a cui arrivare. Questa strada altro non è che appunto una rete complessa, a volte faticosa, ma anche molto affascinante. Appunto una rete in cui la possibilità di sfruttare la mappa per ritrovare il giusto territorio e arricchirlo della propria conoscenza diventa più importante che sfruttare la mappa per conquistare quel territorio. Ovvero lo scenario energetico si deve distinguere dallo scenario esclusivamente politico perché deve partire da una proposizione democratica e trasversale. Bisogna istituire una serie di comitati di esperti che si occupano di questo problema che, anziché nominati dalla politica, o da forze politiche, siano indipendenti e soprattutto siano di supporto alla politica degli Stati internazionali. Nello stesso tempo bisogna creare un sistema informatico che sia capace prima di tutto di fare analisi non predittive, ma funzionali. Ovvero analisi contestualizzate con diagnosi energetiche, su questo l’Italia sta veramente facendo passi da gigante attraverso la legge 102/14, che ci permettano prima di tutto di capire la situazione esistente. Come si fa in un progetto di ricerca nella fase dello stato dell’arte.

Non possiamo assolutamente pensare di continuare a proporre soluzioni attraverso applicazioni (informatiche e cartacee) che sono stati utili in altri ambiti. Se noi ad esempio pensiamo di poter utilizzare lo stesso software per la vendita dei robot e applicarlo alla vendita dei cuscini, stiamo già sbagliando strada. Così per l’energia.

Se noi non sappiamo di quali esigenze hanno bisogno questi paesi che stanno spostando l’asse dell’attenzione internazionale, come possiamo agire in una politica energetica internazionale? Come possiamo capire cosa serve, quali infrastrutture sono già esistenti, quali macchine o tecnologie possiamo inserire e soprattutto quali idee possiamo applicare al contesto?

Ecco che ritorna in maniera inequivocabile l’affermazione e inscindibilità dei concetti mappa e rete. Contesto e relazione da cui partire per risolvere dei problemi reali. Lo studio della mappa con la rete che si genera, anche in maniera disordinata, dovrà essere l’affermazione del far del bene per un profitto equilibrato e non far del bene traendo un profitto esagerato. Questo è quello che ci dovrebbe spiegare anche una giusta e seria economia aziendale.

L’obiettivo qui per noi è stato fornire una possibile e sintetica chiave di lettura per la comprensione della politica energetica alla luce delle peculiarità economiche, infrastrutturali e territoriali dell’area geografica in cui si trova a operare, cercando di offrire possibili soluzioni che hanno sempre e comunque un risultato di carattere internazionale.

[ Marco Santarelli ]
Expert in Network Analysis, Critical Infrastructures, Big Data and Future Energies

Research Associate for International Research Bodies. Young Critis Award Chair 2017
Scientific Director – ReS On Network
Professor at HUB ACADEMY, Research and Education