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La SEN all’ultimo miglio tra luci ed ombre

Tutte le Direzioni energia del Ministero dello Sviluppo economico sono impegnate in questi giorni a recepire le centinaia di osservazioni ricevute dalla consultazione pubblica e a sistemare la versione finale della «Strategia Energetica Nazionale», che il Ministro Calenda vuole pubblicare per fine ottobre

Sembra essere proprio «luci ed ombre» il commento sintetico di un documento nel complesso ben articolato e in molti punti formulato con note e riferimenti apprezzabili. Pur tuttavia non condivisibile in troppi argomenti. La SEN appare orientata verso una strategia «a tutto gas» non giustificata dagli stessi enunciati di riferimento: Competitività, Ambiente, Sicurezza.

Indubbiamente il vettore energetico gas è di primaria importanza per un paese come l’Italia, privo di risorse energetiche convenzionali e da anni impegnato con infrastrutture per la importazione da paesi molto lontani. Tuttavia non appare giustificata la decisione di aumentare la dotazione di infrastrutture per l’ulteriore importazione di quantità decisamente eccessive di gas nelle varie forme, compresso e liquido (GNL). Le strutture esistenti sono sottoutilizzate sia per il gas naturale (140 MldMc/anno contro consumi di circa 65/70 MldMc/anno, a parte l’inutile TAP in corso di realizzazione) che per il GNL, con tre centri di rigassificazione mediamente poco utilizzati.

A fronte delle chiare intenzioni di procedere con il gas anche in «over supply» dichiarato, sulla base di eventuali future necessità (tutte da verificare) in Europa, tale strategia risulta in contrasto del tutto stridente con la proclamata enunciazione di grandi obiettivi sulle «rinnovabili», in un quadro in realtà di assoluta incertezza su mezzi, metodi e strategie e con le enunciazioni di obiettivi di efficientamento e riduzione dei consumi energetici.

L’inquinamento nelle città

Analizzando puntualmente, ad esempio, le proposte per decarbonizzare e limitare gli inquinamenti nei sistemi urbani, si toccano con mano i limiti della SEN.  Occorre considerare che in Italia esistono le città d’arte più belle e da difendere dagli inquinamenti, mentre viene proposta e supportata con dati esplicativi la necessità di rinnovare il parco automobilistico, proponendo incentivi al solito sistema di acquisto del tipo EuroX+1. Naturalmente incentivando l’acquisto di auto a gas, metano, GPL, GNL, purché a gas, quindi sempre con combustione e rilascio di inquinanti nel sistema urbano.

Il parco auto in Italia attualmente risulta essere di circa 38 milioni di autoveicoli e nella SEN si cita un incremento prevedibile a circa 40 milioni nel 2030 e non appare plausibile il mantenimento di un così alto numero di auto (a Roma si verifica una densità automobilistica inusitata, 72 auto per 100 abitanti) a combustione termica, pertanto inquinanti qualunque sia il combustibile utilizzato. La soluzione va invece ricercata tramite la riduzione del numero delle auto in circolazione, aumentando i servizi di trasporto con mezzi di trasporto collettivi ed elettrificati, metropolitane, tram, filobus, auto elettriche.

Solo così si può eliminare/ridurre la combustione in città ed i relativi rilasci inquinanti. Cambiare combustibile, da gasolio o benzina a gas significa impiegare male le scarse risorse disponibili senza ottenere significativi reali benefici. La combustione è la causa e l’origine degli inquinamenti, non il tipo di combustibile utilizzato. Molti inquinanti (composti azotati, ad esempio) in realtà vengono prodotti dalla alta temperatura raggiunta nella combustione dal comburente (aria). La stessa decarbonizzazione, effetto non locale ma di tipo globale, non può essere ottenuta utilizzando combustibili gassosi provenienti da 4/5.000 km di distanza.

L’effetto serra

Una analisi a «ciclo intero» dimostra che sostituire col gas russo i combustibili liquidi tradizionali non comporta reali vantaggi in termini di «effetto serra» per gli alti valori di anidride carbonica e di metano rilasciati dal combustibile gas naturale soprattutto nelle fasi di «precombustione» (estrazione, trasporto, distribuzione). Il gas proveniente dalla Russia ha un contenuto in CO2 (anidride carbonica, quindi «effetto serra») di circa il 20%, CO2 che viene rilasciata in atmosfera («venting») in partenza per rispettare la normativa di trasporto nei metanodotti (contenuto max di CO2 pari al 2,5% in volume). Inoltre il trasporto stesso richiede consumo di gas nei numerosi gruppi di compressione ed infine vanno considerate le inevitabili fughe di gas nel trasporto e nella distribuzione, fughe di CH4, molecola ad effetto serra equivalente a 21 (su 100 anni, protocollo di Kyoto) o 30 volte (secondo stime recenti) una molecola di CO2.

Vanno inoltre considerati a parte gli aspetti sulla sicurezza nell’utilizzo di un combustibile che «scoppia», «soffoca», «stratifica», in sostituzione per esempio del gasolio, combustibile che anche per uso domestico oltre che nei trasporti risulta assolutamente più sicuro del gas nell’utilizzo, sia pure leggermente più inquinante nella fase di combustione. La sicurezza nel settore urbano andrebbe valutata come aspetto ambientale. La SEN punta sulla (parziale) riduzione dell’inquinamento a danno della sicurezza?

Con i trasporti elettrificati si possono ottenere risultati decisamente più efficaci e convincenti oltre che con condizioni ottimali di sicurezza nei trasporti.

Perché dunque la SEN propone come soluzione, tra l’altro da incentivare, l’acquisto di auto a gas? Perché non viene perseguita con decisione (ma solo enunciata) la riduzione del parco auto, vera soluzione ai problemi citati? Forse si teme di dare fastidio ai grandi costruttori di auto stranieri (in Italia solo 1 auto su 4 è italiana) o ai petrolieri o più probabilmente alle Compagnie di Assicurazione: 38 milioni di auto al costo medio di 1.500 euro/anno, comporta un esborso di circa 60 Mld euro/anno, pagato alle Assicurazioni dai cittadini Italiani. Una somma enorme, equivalente ad una grande finanziaria ogni anno. Forse questa considerazione potrebbe aiutare a capire perché a Roma ad esempio, scarseggia l’offerta di trasporto pubblico, persino come taxi: 7.200 taxi in Roma a fronte di circa 25.000 taxi nelle grandi metropoli europee. Eppure la SEN accetta di mantenere o aumentare il numero delle auto private in circolazione, purché a gas. Non manca nel testo l’enunciazione “scoraggiare l’uso dell’auto privata”, ma in realtà si mette in conto un aumento del parco auto di circa il 5% al 2030.

Il settore civile

Considerazioni del tutto analoghe valgono per il settore civile: il bruciamento di combustibili fossili provoca inquinamento diffuso ed a bassa quota (difficilmente eliminabile dal vento); la SEN intende mantenere la combustione diffusa, con centraline termiche di appartamento o di condominio, puntando al gas in sostituzione del gasolio dove ancora presente. Gli «scoppi» non vengono presi in considerazione, si parla solo di inquinamento (leggermente) ridotto in fase di combustione, senza valutare gli aspetti ambientali legati alla presenza di lunghe e pericolose reti di tubazioni del gas lungo le strade nel sistema urbano (scoppi, perdite ed inquinamento).

La soluzione praticata in genere negli altri paesi, e solo in parte anche in Italia, è tecnicamente rappresentata dal teleriscaldamento. Una grande centrale termica di quartiere (district heating) e distribuzione di acqua calda (non di gas) lungo le strade fino ai condomini ed agli appartamenti, sono in grado di offrire un servizio di riscaldamento sicuro e più economico. Analogamente si potrebbe ricorrere al calore geotermico superficiale, largamente diffuso e disponibile in Italia lungo ampie fasce di territorio, con eventuale integrazione con pompe di calore. In ogni caso col ricorso al teleriscaldamento, a gas o geotermico, si evita l’inquinamento nel sistema urbano, eliminando sia il bruciamento che gli scoppi, conseguendo risparmio di combustibile di importazione (forse questo dato risulta negativo agli occhi dei fautori del gas), soprattutto con il ricorso a centrali in cogenerazione (energia elettrica e termica) che consentirebbero un ulteriore risparmio (30% circa) di combustibile rispetto alla generazione separata di energia.

Con il teleriscaldamento ed il potenziamento dei sistemi di trasporto elettrificati, metro, tram, filobus, auto elettrica, si riuscirebbe ad evitare la combustione nei sistemi urbani ed i conseguenti effetti di inquinamento delle città, con benefici per l’ambiente e per le belle città d’arte Italiane, senza dover ricorrere alle inutili «targhe alterne» periodicamente proposte nei mesi invernali quando si sommano gli effetti nocivi della combustione sia nei trasporti (motori auto) che nel riscaldamento domestico (centraline di riscaldamento).

Non mancano gli enunciati nella SEN, «teleriscaldamento 30% in più», «ricorso alla geotermia», ma nei fatti si opera, anche nel campo delle costose infrastrutture, per incrementare l’importazione di un inutile (oltre misura, si intende) quantitativo di gas di importazione, a fronte di proclamati risparmi ottenibili tramite interventi di efficientamento energetico, da pratiche di risparmio e dalla crescita del ruolo delle rinnovabili. La sicurezza relativa all’uso del gas viene intesa solo come «approvvigionamento», non si accenna invece alla opportunità di individuare un Ente preposto al controllo della sicurezza dell’uso del gas in città, pur essendo al momento il gas il più diffuso ed importante vettore energetico del paese.

Incentivare le rinnovabili

Dalla SEN ci si aspetterebbe un approccio diverso, del tipo: l’Italia ha bisogno di importare prodotti energetici, in quantità sufficiente a soddisfare la domanda per la parte non soddisfatta dalle forme energetiche disponibili, endogene e rinnovabili, in termini economici accettabili. In pratica, in considerazione della limitata quantità di risorse endogene tradizionali, da considerare strategicamente come riserve, si dovrebbe prevedere la crescita massima possibile delle rinnovabili e contemporaneamente prevedere la progressiva riduzione negli anni dell’importazione di combustibili fossili.

Le rinnovabili hanno dimostrato di poter crescere al di sopra dei livelli previsti negli anni passati, ed il trend potrebbe continuare in Italia senza gli appesantimenti burocratici ed amministrativi oggi presenti o volutamente introdotti. Da più parti ci si chiede come mai Enti e grandi aziende italiane investano all’estero in grandi impianti fotovoltaici, apparentemente in condizioni di remunerazione della produzione non definibili più interessanti che in Italia anche in assenza di incentivi. Il «Gruppo di scienziati di Bologna», che elenca numerosi nomi di professori universitari, cita testualmente: ”non si capisce perché ENEL sia così attiva nel costruire grandi impianti di energie rinnovabili all’estero e del tutto assente in questo campo in Italia. Forse perché disturberebbe altri importanti operatori del settore energetico?”.

In effetti la SEN tratta il settore delle rinnovabili con una certa «indifferenza» sostanziale, al di là degli annunci. In Italia sono stati realizzati circa 9 GW di eolico e 19 GW di fotovoltaico. Le due tecnologie, in attesa di politiche più aggressive di penetrazione, indicano possibilità di sviluppo importanti. L’eolico può almeno raddoppiare la potenza installata, includendo gli interventi di repowering, gli sviluppi tecnologici e le nuove installazioni off-shore.

Il fotovoltaico presenta notevoli potenzialità di crescita in termini di potenza installata, sia per la buona insolazione disponibile, soprattutto nel mezzogiorno, sia per il veloce sviluppo tecnologico con conseguente riduzione dei costi dei sistemi, sia infine per la grande disponibilità di terreno non diversamente utilizzabile.

Quest’ultimo aspetto viene spesso falsato da una informativa volutamente ed artificiosamente diffusa.  Basta considerare che i 19 GW realizzati, di cui metà su tetti, occupano in effetti circa 20.000 ettari (2 ettari/MWp) di terreno agricolo, cioè in oltre 30 anni il fotovoltaico ha «consumato» circa la metà di quanto «consuma» ogni anno il settore civile, quest’ultimo spesso in periferia dei centri urbani. Al fotovoltaico si possono dedicare anche terreni marginali, abbondantemente disponibili nei poco meno di 300 milioni di ettari di terreno definito agricolo in Italia, di cui in realtà solo la metà definiti utilizzabili.

Il raddoppio della potenza fotovoltaica a terra inciderebbe quindi per ulteriori 20.000 ettari, cioè per meno di un millesimo del terreno agricolo disponibile in Italia. A completamento della considerazione, volendo comunque evitare l’uso di terreni interessanti o diversamente utilizzabili, alcune Regioni ricorrono in casi dubbi alla richiesta della valutazione LCC (Land Capability Classification) per decidere in fase autorizzativa. Alcune Regioni invece continuano a richiedere in fase di rilascio delle autorizzazioni che venga «bloccata e dedicata» al fotovoltaico a terra una ulteriore superficie 10 volte la superficie effettivamente occupata dall’impianto. Tale richiesta, pur contestata in quanto dichiarata anticostituzionale dal Consiglio di Stato (legge Europea non rispettata) continua a permanere in alcune Regioni complicando il processo autorizzativo.

La SEN dovrebbe prevedere la semplificazione e la uniformità delle normative al fine di facilitare, anche senza incentivazione economica, la diffusione del fotovoltaico. Ciò dovrebbe avvenire sia per l’uso privato ai fini dell’autoconsumo con miglioramenti sul piano della normativa dello scambio sul posto e incentivando (anche economicamente, temporaneamente) i piccoli sistemi di accumulo, sia rilanciando la realizzazione dei grandi impianti a terra, con normative chiare sul ritiro dell’energia da parte della rete e la previsione di utilizzo di bacini di accumulo distribuiti sul territorio, al fine di estendere il ricorso alla fonte solare in misura tale da costituire nel tempo una valida alternativa alle centrali a fonti fossili.

Si risponderebbe in futuro in maniera graduale ma convincente alle esigenze dichiarate di decarbonizzazione, diversificazione e sicurezza dell’approvvigionamento elettrico, riducendo la dipendenza dalle importazioni. Le connessioni transfrontaliere da potenziare secondo la SEN, comunque utili, non possono rappresentare una affidabile soluzione alla eventuale necessità di energia. La caduta di un albero al confine Francia-Svizzera qualche anno addietro (con interruzione della rete elettrica locale) ha fatto temere per vari giorni il distacco e la sospensione di fornitura dalla Francia.

L’industria italiana

Infine alcune considerazioni sulla produzione elettrica nazionale da fonti rinnovabili. Ricorrere alle fonti rinnovabili in maniera crescente rappresenta ormai un percorso naturale in molti paesi. In Italia, dopo una ottima partenza con riconoscimento di una leadership internazionale nel fotovoltaico ed ottime prestazioni nel settore eolico, si è assistito ad un forte rallentamento. Ne ha risentito in particolare il fotovoltaico in termini industriali. Gli aerogeneratori sono stati costruiti in parte significativa a Taranto grazie agli accordi degli anni passati con la più grande Ditta costruttrice di aerogeneratori in Europa, ditta che ha trasferito una parte della produzione in Italia attirata da un mercato adeguato.

Nel settore fotovoltaico l’industria produttrice di moduli fotovoltaici invece ha subito le conseguenze di una eccessiva importazione da paesi orientali, anche a causa di una politica governativa (V Conto Energia, 2012) che ha privilegiato le importazioni classificando «made in EU» i pannelli fotovoltaici solo «impannellati» in Europa (tipo le scarpe cinesi, «made in Italy» con l’aggiunta dei lacci) ed inoltre indicando tempi stringenti per le realizzazioni, pena la perdita degli incentivi. Sono stati realizzati 8 GWp in un anno, più che in Germania e USA. Ci si potrebbe chiedere: perché non un paio di GW ogni anno per quattro anni?

La produzione nazionale (che ha espresso più volte le giuste perplessità) non ha potuto usufruire di questa inusitata ed eccessivamente veloce crescita della domanda, in un regime concorrenziale non controllato. A tale crescita è seguito il fermo delle incentivazioni, risultate pesanti nel bilancio governativo, con ulteriore danno al settore. Va segnalato infine che nel campo delle rinnovabili il costo di produzione del kWh è costituito essenzialmente dall’ammortamento dell’investimento nell’impianto. Non costa il combustibile, vento o sole, risulta basso il costo di esercizio, occorre quindi ammortizzare i costi di realizzazione.

Ne consegue l’importanza di realizzare nel paese i componenti principali dell’impianto onde evitare di «comperare» di fatto all’estero l’energia elettrica «contenuta» nel valore dei componenti, sia pure prodotta col sole ed il vento Italiano. Avere realizzato migliaia di MW essenzialmente con componentistica estera rappresenta un grave errore industriale per un paese che ha bisogno di creare posti di lavoro e vedere crescere il PIL (Prodotto Interno, non Prodotto Importato) per poter garantire i servizi ai cittadini e non dover sostenere una eccessiva spesa per la cassa integrazione.

Di queste problematiche non si ha traccia nella SEN, che anzi presenta come fattore positivo una maggiore importazione di energia.

 [ ing. Ugo Vittoria Rocca ]