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Una «smart city» sotto l’albero di Natale: e i bambini giocando, imparano

Costruire una «smart city» coi bambini, con oggetti riciclati che sono già in casa: imparare l’educazione ambientale è possibile e può essere un gioco

Ė nata così per caso l’idea della «smart city», come un gioco, senza nessuna programmazione. Spontaneamente, in un pomeriggio di venerdì, andando a prendere Maddalena a scuola e constatando il degrado ambientale in cui versa Roma, mentre ci impegnavamo in un faticoso salto agli ostacoli tra i rifiuti abbandonati in strada, le buche senza fondo, le erbacce che si espandono incontrollate, seguendo il corso della natura, e i semafori su cui scommettere per cogliere il momento in cui diventa verde, perché il passaggio giallo è un optional, e come gazzelle allungavamo velocemente i passi per arrivare sane e salve a casa.

Così ho cominciato a raccontare a Maddalena come invece può essere una città vivibile e sostenibile. Affinché sapesse che qualcosa di diverso può esistere e se non esiste non è per mancanza di mezzi tecnologici, ma per mancanza di volontà politica. Si chiama la città del futuro, che sarebbe dovuta essere già presente.

E il venerdì pomeriggio è diventato lo spazio dedicato all’«educazione ambientale», ovviamente in inglese, per tenere un passo europeo. O almeno provarci. E i genitori di Maddalena, ben contenti di questa iniziativa, hanno condiviso l’esperienza mettendo a disposizione il bellissimo tavolo di legno nel soggiorno e tutti gli attrezzi in casa. Le forbici, la colla classica, la colla a caldo, mentre Maddalena rovistava di volta in volta tra gli oggetti dimenticati nel ripostiglio, cartone grezzo per la base del modello e per gli edifici «smart», una forma di cartone delle scarpe che capovolto ha dato vita al nostro tecnologico «Planetarium», le cannucce trasparenti per i tubi e i pali, e quelle verdi per l’orto sui tetti (stile newyorchese). E ancora, la scatola dei bastoncini al cioccolato Miko per il «Park Assistance»; e la confezione dei Baci Perugina, di cui ho, con sacrificio, scartato i cioccolatini uno ad uno per ricoprire il tetto stellato del nostro «Planetarium». Cosa non si fa per la causa!

L’ha detto Maddalena, “la cosa bella è che abbiamo usato quello che avevamo in casa senza comprare niente”. “Ecco Maddalena”, l’ho incalzata, “anche questa è sostenibilità”. Ridurre i consumi e riciclare.

Ma abbiamo fatto tutto per bene, iniziando dalla lezione numero uno: cosa è una «smart city»; seguita dalla lezione numero due: costruiamo una «smart city»; e quindi diamo il via ai parcheggi pubblici intelligenti situati all’esterno o al margine della città, ben collegati tramite il trasporto pubblico, che, aggiungiamo a voce, dovrebbero diventare più economici, e che riducono notevolmente il traffico in città e quindi l’inquinamento; recuperare il biogas dalle discariche cittadine per trasformarlo in una fonte di energia elettrica verde, tagliando le emissioni di CO2 e riducendo notevolmente l’inquinamento; gli edifici green a basso impatto ambientale (meglio ancora se certificati secondo gli standard di efficienza energetica), che consentono una riduzione del 40-70% della spesa per l’acqua e tagliano le emissioni di CO2 del 70%, riducendo i rifiuti fino al 90%. Tutto questo, bisogna sottolineare per gli economisti scettici, genera un ritorno sugli investimenti pari al 40% che si ammortizzano in meno di 5 anni; fondamentali, ça va sans dire, le aree verdi; la dotazione per gli smartphone e i tablet di apposite applicazioni per il controllo e la gestione anticipata del traffico cittadino, coi percorsi da eseguire e con la disponibilità dei parcheggi. Quindi attrezzature informatiche capaci di monitorare in tempo reale i consumi energetici per ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza energetica di ogni abitazione, che vuol dire anche efficientare al massimo l’energia elettrica impiegata, per riscaldare unicamente le aree effettivamente occupate, spegnere le luci quando non sono in utilizzo o gestire la temperatura interna di ogni stanza a seconda delle preferenze dell’utente; sulla mobilità inseriamo anche il «car sharing», cioè la condivisione della macchina tra conoscenti ma anche tra sconosciuti tramite gli appositi portali web; e i servizi di noleggi di auto elettriche. Se nel nostro modello casereccio non abbiamo messo tutto, abbiamo però disegnato su un foglio tutte le possibili opzioni.

Insomma ci siamo divertite, ma abbiamo anche imparato.

Io non so come sarà il futuro di Maddalena, certo è che quando io avevo la sua età non c’era la paura che il mondo sarebbe diventato un pianeta senza risorse perché divorate bramosamente dagli esseri umani, che se ci pensiamo bene, popolano questo pianeta relativamente da poco, cioè 500.000 anni, se non meno, ben poco rispetto all’età della Terra, che è di circa 4,5 miliardi di anni.

Sotto l’albero di Natale, accanto i regali e le palline rosse, Maddalena quest’anno mette la «smart city» Pezzo dopo pezzo, con creatività ed entusiasmo, abbiamo imparato insieme che la sostenibilità non è solo uno slogan, ma è una possibile realtà. E il modo migliore per imparare è fare. Mi piace pensare che questo esperimento rimarrà nella sua storia, con il ricordo dei venerdì passati insieme a costruire e inventare la «città intelligente». E che cresca con la consapevolezza di chi è in grado pretendere un mondo sostenibile e non solo in senso ambientale, ma in tutte le dimensioni della realtà umana; pretendere che si rallenti questa corsa accelerata e forsennata al consumismo estremo, che è sinonimo di autodistruzione per l’essere umano, perché non sarà il pianeta a estinguersi se continuiamo di questo passo, ma noi. E di questa corsa se parla poco rispetto all’entità del problema, e ancora meno si fa per ricreare criteri più sani.

Puntiamo, allora, sulle nuove generazioni. Non è un cliché, ma una necessità e una realtà.

[ Stefania Romano ]