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Sedimenti inquinati: la risposta prodigiosa

Entra in funzione nel Mar Piccolo di Taranto, grazie all’ENEA, un innovativo impianto di bonifica sostenibile, selettivo, a basso costo, esportabile. La sperimentazione della nuova tecnologia di micro filtrazione potrebbe fornire una risposta convincente ai problemi di inquinamento che affliggono migliaia di coste italiane ed europee

Il Mar Piccolo di Taranto rappresenta un grande caso di inquinamento ambientale. Si tratta di uno specchio di mare che può vantare il triste primato di rientrare tra le prime 15 aree nazionali classificate «ad alto rischio ambientale». Negli anni questa suggestiva area – tra l’altro nota per la coltivazione dei mitili, le famose cozze tarantine – è stata gravemente inquinata prima dall’attività dell’Arsenale Militare e dei Cantieri Navali e poi dagli impianti produttivi. Oggi, dopo anni di disinteresse, c’è chi ha deciso di scendere in campo e raccogliere la sfida di riqualificare l’area, precisamente in località Tamburi. Protagonista del salvataggio innanzitutto l’ENEA con il Centro di Ricerche Trisaia (Matera), che si propone capofila di un progetto scientifico, insieme all’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero del Cnr-IAMC-UOS di Taranto e ad altri partner di eccezione come il Comune di Taranto, le società Genelab e Nova Consulting. L’iniziativa, denominata «Life4MarPiccolo» (LIFE14-ENV/IT/000461, rientra nel quadro del programma di finanziamento europeo Life e punta alla realizzazione di un sistema innovativo di depurazione e di un articolato programma di ricerca che potrà portare a importanti applicazioni su scala nazionale e non solo.

Un sistema virtuoso

Progettato da Genelab l’innovativo sistema annovera nel suo identikit virtù quali la capacità di essere selettivo, agile ed economico, e come talento l’ambizione di saper risolvere il problema dell’inquinamento dei sedimenti in via definitiva. L’intento del sistema rappresenta in sintesi un’impresa innovativa che apre prospettive di grande interesse ambientale, scientifico, economico e sociale.

Ma come agisce? Innanzitutto questa tecnologia sa operare in modo «chirurgico» rimuovendo nella loro totalità e in modo permanente le componenti inquinate quali PCB, idrocarburi e metalli pesanti senza alterare o danneggiare l’ecosistema circostante che, nel caso del Mar Piccolo, presenta componenti biotiche particolarmente fragili e diverse specie protette. Così, a differenza di sistemi tradizionali come dragaggio o capping – che asportano o coprono il fondo del mare in modo indiscriminato con conseguente movimentazione di materiale potenzialmente contaminato oppure utilizzano disinquinanti chimici – il sistema presenterebbe vantaggi ambientali, economici e di facilità di utilizzo addirittura esponenziali.

Rimuove e risana: un ciclo perfetto

L’impianto è costituito da un’unità mobile di risospensione e captazione del sedimento che opera su una superficie marina di circa 3.000 mq nei pressi della riva convogliandolo all’interno di un sistema di trattamento tramite microfiltrazione a membrana che occupa un’area di circa 150 mq. Una volta rimossa in via selettiva la frazione organica più fine, l’impianto restituisce acqua «decontaminata», mentre la frazione di scarto, dove si accumulano residui inquinati di maggiori dimensioni, viene avviata a trattamento di risanamento biologico attraverso microorganismi fungini. Il progetto permetterà cosi di monitorare il comportamento di questi micro organismi nella loro capacità di «biodegradare» alcuni inquinanti trasformandoli in composti non dannosi o addirittura utili, contribuendo a far avanzare la conoscenza scientifica per ottimizzare il processo in laboratorio per ulteriori applicazioni. Il progetto propone un significativo cambio di paradigma: l’eliminazione quanto più possibile onsite e definitiva del problema piuttosto che il suo spostamento altrove senza l’effettiva chiusura del ciclo.

Flessibilità e risparmio energetico

L’impianto si caratterizza inoltre per un’estrema flessibilità di utilizzo, essendo realizzabile praticamente ovunque, da piccole porzioni di battigia come nel caso di Taranto a superfici più ampie o anche in mare aperto su natanti di grandi dimensioni; soluzione, quest’ultima, che consentirebbe di abbattere notevolmente i tempi di lavoro potendo gestire tutte le operazioni di captazione e trattamento in modo integrato. Fiore all’occhiello della struttura un impianto fotovoltaico costruito nei pressi del sito che la rende energeticamente autosufficiente in modo da garantire il minor dispendio di energia possibile.

Il progetto fungerà da apripista per la messa a punto di nuove strategie di risanamento su più ampia scala. Già dal prossimo anno, sulla base dell’esperienza di Taranto, sarà delineato un protocollo d’intervento per il risanamento ambientale di siti marini costieri sia italiani che europei. In questo quadro, verrà anche realizzato un kit diagnostico a disposizione delle amministrazioni e delle autorità preposte per agire in via predittiva sui livelli di inquinamento e verificare con metodi agili e a basso costo la qualità delle acque e predisporre interventi di mitigazione.

[ Roberta Di Giuli ]

 

 

[ Sedimenti inquinati sulle coste italiane ed europee ]

 

In Italia il problema dei sedimenti contaminati ha assunto una rilevanza crescente negli ultimi anni, innanzitutto a seguito dell’identificazione dei siti di interesse nazionale da sottoporre ad interventi di risanamento (Legge 9 dicembre 1998, n. 426). La perimetrazione di tali siti ha permesso di stimare quantitativi ingenti di sedimenti che necessitano di interventi, ed ecco alcuni numeri: 3.595 ettari nel sito di Porto Marghera, 820 nella zona industriale e marina antistante il sito di Napoli Centrale e circa altrettanti nella zona industriale e marina antistante i siti di Gela e Priolo; circa 8,6 km2 di aree marine hanno il medesimo problema nel sito di Manfredonia, circa 11.500 ettari riguardano il sito di Brindisi, circa 4.000 ha nel sito di Taranto; passando ad altre Regioni, circa 850 ha interessano il sito di Piombino, circa 3.500 ha i siti di Massa e Carrara, oltre 75 km di fascia costiera Caserta-Napoli, un’area marina di circa 1.600 ha sono rilevati nel sito di Pitelli, nonché su un tratto del fiume Bormida nel sito di Cengio/Saliceto.

Altre aree riguardano 4.600 ha sono di tipo fluviale e lagunare, tra cui il torrente Marmazza, il fiume Toce, il lago Mergozzo, parte del lago Maggiore e il conoide del torrente Anza nel sito di Pieve Vergonte.

In Europa, diverse aree portuali, lagune e fiumi presentano analoghe problematiche ambientali, ad esempio Ria Formosa in Portogallo, Mar Menor in Spagna, Étang de Thau in Francia, Golfo di Gera in Grecia.

Si stima che circa il 5% delle aree costiere nei paesi industrializzati europei presentino sedimenti pericolosi sia per la salute umana che per l’ambiente.

Tutte le informazioni sul progetto sono disponibili sul sito (www.lifemarpiccolo.it ) e sui canali social Facebook (Life4MarPiccolo) e twitter @Life4MarPiccolo).