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L’incredibile Italia delle cave

Cava

Legambiente presenta il Rapporto cave 2014 raccontando un settore vitale in netta contraddizione! A fronte di guadagni impressionanti per i cavatori corrispondono entrate ridicole o nulle per gli enti pubblici. Tutelare il territorio attraverso regole nuove, adeguare i canoni e puntare sul riciclo degli inerti sono le «emergenze» del settore

Squarci deformanti di un paesaggio spesso incredibile, le cave rappresentano un male necessario: garantiscono le materie prime utili a nutrire un settore nevralgico come l’edilizio.  Ma se il danno è necessario, avremmo potuto almeno risparmiarci la beffa di vedere un martirio di così grande impatto non rappresentare – come dovrebbe e come normalmente accade in tutti gli altri Paesi – una fonte di guadagno significativa per il nostro Stato bisognoso.

A fare due conti su quanto perdiamo ci ha pensato Legambiente con il Rapporto cave 2014 e l’ebook sui paesaggi delle attività estrattive in Italia, che propone fotografie di Marco Valle.

Di italiche cave se ne contano attive 5.592; sono invece 16.045 quelle dismesse e monitorate. Se aggiungessimo anche quelle di Calabria e Friuli Venezia Giulia, che non hanno un monitoraggio, raggiungeremmo, probabilmente, quota 17mila.

I numeri del settore sono impressionanti. Le cave nel 2012 hanno garantito: 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti. Totale: un miliardo di euro di ricavo! A fronte della crisi del settore edilizio possiamo dunque sostenere che non ha avuto riscontro una significativa contrazione dei materiali lapidei estratti: sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, ossia di materiali di pregio dove sono minori le quantità estratte ma rilevantissimi i guadagni e gli stessi impatti (dalle Alpi Apuane al Marmo di Botticino-Brescia, alla pietra di Trani).

La danza, inadeguata, delle competenze

Ma chi regola, e come, questo incredibile settore dai risvolti, specie ambientali, così complessi e delicati? A livello nazionale è tuttora un Regio Decreto del 1927, che riporta indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato. Inoltre in molte regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive.

Nel complesso, la situazione si può giudicare leggermente migliore al centro-nord, dove il quadro delle regole è in gran parte completo con «Piani cava» – lo strumento che indica le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava – periodicamente aggiornati, mentre non vi sono Piani in vigore in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata.

Cava

Il Piemonte ha solamente Piani di indirizzo e rimanda alle Province l’approvazione del Piano. Questa situazione di incertezza lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede le autorizzazioni, ma considerando il peso che interessi economici e criminalità organizzata, in particolare nel Mezzogiorno, hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo delle «aree cava», si comprende perché bisogna correre ai ripari e regolamentare il settore.

Un momento di confronto

La Conferenza stampa di presentazione dello studio di Legambiente, tenutasi a Roma con la partecipazione, tra gli altri, di Edoardo Zanchini (vice-Presidente Legambiente), Paolo Masini (Assessore ai Lavori Pubblici Comune di Roma), Paola Gazzolo (Assessore difesa del suolo Regione Emilia Romagna), Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati), Silvia Velo (Sottosegretario Ministero dell’Ambiente), ha rappresentato l’occasione per fare il punto sulla situazione italiana e ragionare di proposte per ridurre l’impatto ambientale dell’attività estrattiva nei territori. In questa direzione va la proposta di Capitolati RECYCLE, elaborata in collaborazione con Atecap ed Eco.Men, che si pone l’obiettivo di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada già fissata al 2020 dalla Direttiva 2008/98, quando cioè si dovrà raggiungere un obiettivo del 70% di recupero di materiali inerti.

“Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini attraverso regole di tutela efficaci in tutta Italia e canoni come quelli in vigore negli altri Paesi Europei. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili”.

Lo scandalo dei canoni fantasma

Se le cave rappresentano un affronto al nostro territorio, tollerato in nome dello sviluppo, cosa dire dell’anomala situazione di non redditività a cui, incredibilmente, è ancorata un’attività di per sé altamente redditizia? Prelevare e vendere materie prime è operazione decisamente fruttuosa, eppure i canoni di concessione pagati da chi cava sono a dir poco scandalosi. In media, infatti, si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti ma esistono situazioni limite come nel Lazio, in Valle d’Aosta e in Puglia dove il prelievo degli inerti costa solo pochi centesimi e regioni come Basilicata e Sardegna dove si cava addirittura gratis!

Le entrate degli enti pubblici attraverso i canoni di prelievo sono dunque ridicole in confronto ai guadagni del settore: il totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, è arrivato nel 2012 a 34,5 milioni di euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori risulta pari a un miliardo di euro.

Cava

Per rendere più «raccapricciante» il racconto, un esempio tra i tanti possibili: in Puglia nel 2012 sono stati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente – udite udite! – 827mila euro al territorio. Nessuna grande differenza nemmeno dove si pagano canoni leggermente superiori, come nel Lazio e in Valle d’Aosta. Il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40! Nel Lazio la Regione ricava meno di 4,5 milioni di euro contro i quasi 190 milioni di euro del volume d’affari complessivo con i prezzi di vendita. Quello che emerge dunque, è l’enorme e netta differenza tra ciò che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici ed il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni, in quelle dove il canone richiesto non arriva nemmeno ad un decimo del loro prezzo di vendita come in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria, ma anche in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti. In Sicilia e Calabria, con l’introduzione per il primo anno del canone di concessione, le Regioni ricavano rispettivamente 208 e 420mila euro per l’estrazione di sabbia e ghiaia a fronte dei 10 milioni ricavati dai cavatori in Sicilia ed ai quasi 15 milioni ricavati in Calabria.

In un periodo di tagli alla spesa pubblica – ha concluso Zanchini – è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. È possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela”.

Legambiente spinge per una presa di posizione nel settore, perché raggiungere questi obiettivi in tempi brevi, non è, secondo l’associazione, impresa difficile. Chiede quindi di: rafforzare tutela del territorio e legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio (gli attuali 34,5 milioni di euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, potrebbero diventare ben 239 milioni, se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito. Ad esempio in Sardegna si potrebbe passare da 0 a 17 milioni di euro); spingere l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi.

Roberta Di Giuli