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Italia, il turismo da risorsa a cenerentola

Pompei
Pompei

Dire Turismo e dire Italia, sembrerebbe un assioma, un dato ontologico indiscutibile. Da molti anni, però, non è così. Eravamo primi nel mondo, ora siamo quinti

Uno sguardo impietoso ai dati numerici dimostra una verità incontrovertibile e da opporre a qualsiasi atteggiamento superficiale. In poco più di sessant’anni, dal 1950, il nostro Paese ha perso tre quarti dei turisti internazionali che ne fanno destinazione di viaggio. La terra del Gran tour, la terra di formazione alla cultura e al turismo che ne è espressione nella natura e nell’arte, per generazioni di giovani e meno giovani nel passato, è ridotta a una sorta di cenerentola ad onta delle sue ricchezze, del suo patrimonio bistrattato e male impiegato, e pur sempre unico nel mondo!

I dati diffusi dal Ministero per i Beni culturali, ambientali e turistici, non mentono. Sessant’anni fa gli stranieri che sceglievano l’Italia erano il 19 per cento del totale mondiale, in sostanza un viaggiatore su cinque sceglieva il bel paese, un primato se paragonato alle dimensioni della Penisola nel panorama mondiale. Oggi, con un aumento esponenziale di chi si mette in viaggio nel mondo, questa percentuale è del 4,4 per cento. Come a dire che abbiamo lasciato per strada qualcosa come tre quarti dei potenziali visitatori! Con buona pace di quanti pensano o continuano a ritenere che il turismo in Italia sia un dato di default. Non è più così da molto, troppo tempo, nel quale si è  fatto poco e male, soprattutto da parte pubblica, per valorizzare e mantenere le peculiarità di una terra «unica» al mondo, che vanta la presenza eccezionale di 49 siti del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Eppure non bastano ad invertire la tendenza e, questo, senza considerare il disastro di luoghi spettacolari come Pompei o le tante altre vestigia del passato, che perdono pezzi e identità per l’incuria non sempre disinteressata di chi dovrebbe difenderli. 


Val d'Orcia

Accade così che – i dati sono dell’Untwo, l’Organizzazione mondiale per il turismo – nel 1950 avevamo 4,8 milioni di turisti (il Paese era uscito da poco meno di 5 anni dalla guerra), per passare, in un crescendo senza sosta, a 11 milioni nel 1960, a quasi 13 nel 1970, quindi ai 22 negli anni ottanta ed, infine, ai 27 milioni nel 1990. Il boom poi nel 2000 con 41,2 milioni di visitatori. Nel 2012 siamo giunti a 46,4 milioni, mentre l’anno passato 47,8 milioni.

Numeri rilevanti, importanti certo. Ma se li raffrontiamo all’evoluzione mondiale negli stessi decenni, il trend è inesorabile e in discesa. Dal 19% di turisti stranieri che negli anni Cinquanta sceglievano come meta l’Italia, si è passati al 15% negli anni Sessanta, con un crollo a meno della metà negli anni Settanta, il 7,7%. Leggero picco in controtendenza negli anni Ottanta con un 7,9%! Una fiammata che non ferma il declino, fino a raggiungere il 4,4% di oggi. Allora, che cosa succede, perché quel che dovrebbe sembrare ovvio, scontato, non si vede all’orizzonte? Perche il turismo, il giacimento del futuro di un paese come il nostro che cambia ed è sempre meno big mondiale, non decolla? Le ragioni sono molteplici. Dal particolarismo che le regioni hanno portato a livello tragicamente esponenziale, al fai da te di comuni, province, comunità montane e «marine». Non esiste quello che sembrerebbe ovvio, il «brand Italia»! Da decenni quasi nessuno ha lavorato in questa direzione, si è preferito dividere, parcellizzare, creare mille rivoli inconcludenti e improduttivi.

Negli stessi decenni, per restare in Europa, chi voleva andare in Spagna, trovava ospitalità, servizi e quant’altro al motto di «Sorridi, sei in España» e questo senza contare se si era in Catalogna, nella Marcia, o in Andalusia. O, ancora, se si andava in Francia, alloggiando in un hotel di charme o meno, facendo acquisti turistici e non, si trovava sempre impresso, da qualche parte, il logo «Maison de France». In Italia, no! Non è mai esistito. Il risultato è quello che abbiamo detto. Nonostante mille e mille sforzi, mille tentativi, i milioni di stranieri che vengono da noi, sono in assoluto un quinto di quelli che potrebbero sceglierci! Il mix di irresponsabilità e «piccineria» localistica si unisce a prezzi troppo alti per i servizi e le reti di riferimento che forniamo. Completano il quadro trasporti non all’altezza, infrastrutture in fase di declino e personale che continua a non essere formato a dovere per un mondo che muta e diviene sempre più esigente (pensiamo, ad esempio, al vuoto pneumatico delle connessioni wireless e alla connettività in generale).

Eppure esistono ancora sacche di rendita di posizione che «foderano gli occhi» e non fanno vedere il rischio di continuare ad andare indietro. Perché il nodo è che non riusciamo ad intercettare la maggior parte dei nuovi turisti, oltre 130 milioni in più dal 2010. E parliamo solo di tre anni fa! Così, snocciolando altri dati, l’apporto che il sistema turismo da all’economia del paese è pari al 4% del Pil nazionale (che sale ad un 10,2 con l’indotto delle produzioni collegate all’ospitalità alberghiera). Un risultato sconfortante che non è neppure vicino a quello un po’ arrischiato negli anni scorsi del 20% come buon risultato.

Le carenze sono molte. Non esiste, lo dicevamo, una vera politica turistica nazionale, la sensibilità di governo e parlamento non è neppure decente mentre dal Quirinale è arrivata l’ennesime esortazione «tornare primi» dopo 30 anni di decrescita non felice per la nostra occupazione. Dall’altro, non c’è mai stata – se non in casi particolari e locali – una cultura dell’ospitalità. “Prego, siete in Italia” potrebbe essere il motivo conduttore, la forza di un saper accogliere, di un Paese inimitabile e unico nelle bellezze, nella cultura, nell’enogastronomia! Per limitarci solo ad alcuni aspetti. Una cultura dell’ospitalità che manca, perché non si è fatta formazione in modo adeguato. E si vive a macchia di leopardo. I siti d’arte continuano ad attrarre e fanno la parte del leone, ma intorno possono anche avere un deserto e l’attrattiva del sito clou, drena ogni conoscenza del territorio circostante. Il sistema lo cancella, non lo fa vedere! Come spiegare altrimenti i numeri di Roma (si spiegano da soli potrebbe dirsi) con il «vuoto pneumatico» delle bellezze come quelle di Tivoli, vissute quando lo sono, come dependance eventuale dei Fori!

Villa Adriana

Il dramma, dopo milioni di parole, è che non riusciamo a credere che il turismo sia la nostra ricchezza, il nostro giacimento. Dovremmo allora passare ai fatti, senza ulteriori perdite di tempo. Scopriremmo che attraverso questa ricchezza, che non dobbiamo neppure scomodarci ad andare a cercare, potremmo non solo essere un paese migliore, come auspicato dal Touring Club Italiano, ma avremmo nelle mani un formidabile strumento di crescita della qualità della vita, del «sistema paese» della ricchezza nazionale, con benefici effetti sui conti pubblici e sul nostro spaventoso disavanzo. Basterebbe crederci un po’ di più e ricordarci, al di là di sciocche spinte localistiche, che «siamo italiani» e tanto dovrebbe bastare per cambiare le cose. Mandando in soffitta, ovviamente il refrain «pizza, spaghetti e mandolino» che per troppo tempo ci ha mortificato, facendo dimenticare che cosa è il nostro Paese e quali tesori il suo scrigno contiene, ad onta di inciviltà e ignoranza certo italiane, ma non solo.

Roberto Mostarda