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«Il Vecchio e il Mare» oggi annaspano tra plastiche e surriscaldamento climatico

Ieri era «il vecchio e il mare», la bellezza e la lotta dell’uomo col mare. Oggi è l’inquinamento, il surriscaldamento delle acque e le plastiche nel mare. Soffre il mare. Ma è l’uomo l’anello della catena che si avvia verso l’autodistruzione

Per me il mare è sempre stato le barche dei pescatori, il pesce appena pescato, che sapeva di mare e di sale, le onde che mi accompagnavano dalla spiaggia verso un oltre non conosciuto, il colore, limpido e sgombro da ogni pensiero, che cambiava come cambiavano i miei umori.

Era racchiuso nei racconti di Hemingway e nel vecchio Santiago che si dannava nella sua lotta contro il mare, frustrato per avere pescato un mezzo pesce, che insegnava al giovane Manolo la tenacia, contro la rassegnazione, e la lotta dell’uomo contro il mare.

Oggi il mare è Andrew Cooper e Alex Schulze, due amici surfisti americani che, dopo una giornata tra le onde di Bali, osservavano dalla spiaggia il rientro dei pescatori che portavano a riva pesce e immondizia e che, tornati in Florida, hanno deciso di fare qualcosa per contrastare il montare dei rifiuti in marea ed hanno quindi fondato «4Ocean», un’associazione per contrastare un’emergenza davvero globale promuovendo la pulizia delle spiagge e dei mari.

Il deterioramento dell’ambiente marino

Oggi guardando agli ambienti marini si annaspa tra l’acidificazione dell’habitat, la perdita della biodiversità, il riscaldamento delle acque ed il loro inesorabile innalzamento e questo nonostante gli oceani siano fondamentali per il nostro ecosistema: oltre a rifornirci di cibo, generano ossigeno, costituiscono il 97% delle acque terrestri e regolano il clima.

Eppure si sa (gli scienziati lo denunciano da tanto tempo, in tutte le lingue e a tutto tondo): se le emissioni di gas serra continueranno ad essere così elevate il livello medio globale dei mari potrebbe aumentare di quasi 2,4 metri entro il 2100 e di 15 metri entro il 2300.

Rispetto ai dati dell’inizio del secolo, il livello medio dei mari globali è aumentato di circa 6 cm e considerando che l’11% dei 7,6 miliardi di persone nel mondo abitano oggi in aree a meno di 10 metri sopra il livello del mare, questi aumenti mettono a grande rischio le popolazioni costiere e quindi le economie, le infrastrutture e gli ecosistemi del mondo (Annual Review of Environment and Resources).

E gli scienziati, e non solo, oramai sono anche consapevoli del fatto che l’aumento del livello dei mari, e in generale la maggior parte dell’aumento globale dal 1975, è dovuto al riscaldamento causato dall’uomo: è uno studio dell’IPCC che rivela gli effetti sul clima dovuti dalle emissioni di CO2 e conferma l’aumento della temperatura globale di 1,5 gradi.
Il limite posto dall’Accordo di Parigi, firmato da ben 197 Stati, è già stato superato, causando fenomeni estremi che sono ormai all’ordine del giorno: uragani sempre più devastanti, grandinate bibliche, inondazioni.
E poi, appunto, come si diceva prima, c’è anche il problema della plastica nei mari di tutto il mondo perché quando noi esseri umani facciamo le cose, le facciamo bene: per esempio nel Pacifico, tra la California e le Hawaii, in un’area specifica, si è formata la Great Pacific Garbage Patch, un’isola costituita da un’enorme quantità di plastica.

Secondo i dati UNEP (United Nations Environment Programme) ogni anno oltre 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ed oggi si produce 20 volte più plastica che negli anni Sessanta (di cui un terzo per gli imballaggi).

Uno studio pubblicato su Nature dall’Ocean Cleanup Foundation olandese denuncia che la quasi totalità dei rifiuti galleggianti è costituita da plastiche (99,9%), per un peso totale di circa 79.000 tonnellate distribuite su di un’area di 1,6 milioni di chilometri quadrati; il 75% del materiale deriva da detriti con un diametro superiore ai 5 centimetri proveniente da contenitori, bottiglie, coperchi, cavi, reti da pesca e nastri da imballo.

La gestione dei rifiuti

Ma come vengono gestiti questi scarti? Purtroppo, solo il 9% riesce ad essere riciclato, mentre il 20% viene incenerito. Il restante è abbandonato e diversi milioni di tonnellate degli scarti finiscono quindi in mare.

E qui non ci vuole uno scienziato per spiegare che la soluzione dei rifiuti non risiede nella raccolta differenziata che ci fa dannare tra contenitori gialli, azzurri e verdi, ma sta all’origine, cioè nel modo in cui i materiali vengono prodotti. Insomma, si sa: bisogna cambiare il modo in cui produciamo gli oggetti e le alternative ci sono. E qui casca l’asino, perché se si volesse realmente risolvere il problema, si intaccherebbero interessi economici enormi, che riguardano prima di tutto le grandi multinazionali, che condizionano le scelte politiche rendendole mediocri, e ricadono, in pratica, sul groppone dei cittadini.

Sempre lo stesso studio solleva un’altra parte del problema: le microplastiche, ossia le minutissime particelle di plastica di cui si nutrono i pesci, ormai ingrediente comune dell’intera catena alimentare. Sono l’8% della massa totale di plastica dispersa in mare, ma rappresentano il 94% dei 1.800 miliardi di pezzi che navigano sugli oceani; negli anni Settanta, di microplastiche, se ne raccoglievano 0,4 chilogrammi per chilometro quadrato: oggi si è arrivati a 1,23 chilogrammi per chilometro quadrato.

Programmi di recupero e di sensibilizzazione.

Tante le associazioni, tante le organizzazioni, gli impegni, le attività, i programmi, le tecnologie.

Per il monitoraggio delle plastiche l’ESA (European Space Agency) ha lanciato il programma Remote Sensing for Marine Litter, con mappe dettagliate delle correnti oceaniche e simulazioni al computer dei percorsi e delle aree dove va ad accumularsi la plastica nei mari, da cui sviluppare programmi di pulizia.

Il World Oceans Day, la Giornata Mondiale degli Oceani, sensibilizza alla salvaguardia dei nostri oceani e, con loro, del nostro Pianeta.

Esiste già un macchinario, l’Ocean Array Cleanup, che ha lo scopo di raccogliere tonnellate di rifiuti plastici accumulati dalle correnti oceaniche.

Non manca la voce dell’Onu, con Maria Fernanda Espinosa che nella sua agenda di Presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, ha annunciato nel 2019 eventi in tutto il mondo per promuovere l’eliminazione della plastica, tra cui un concerto a Antigua e Barbuda con musicisti e artisti regionali e di fama internazionale per mettere in risalto gli sforzi per affrontare il problema a livello globale.

I Governi più attivi

  • Kenia: dall’agosto 2017 in Kenya produrre o vendere una busta di plastica significa 4 anni di prigione o una multa di $38,000. È il divieto più duro al mondo.
  • Vanuatu: a luglio 2017 Vanuatu ha annunciato l’inizio dell’eliminazione di borse di plastica e bottiglie.
  • Regno Unito: nel 2018 il Regno Unito ha annunciato un piano di 25 anni sull’eliminazione della plastica. Anche la regina Elisabetta, in prima linea nella lotta ambientale, ha vietato cannucce e bottiglie di plastica dai territori reali.
  • Seguono Taiwan, lo Zimbawe, il Marocco, il Canada, la Francia, il Ruanda, il Montreal, la Tasmania, e le città come Malibù, Seattle, Amburgo e Nuova Delhi. Proposte e intenzioni dallo Stato di New York.

Crescono sempre di più le iniziative dei singoli, delle associazioni, delle organizzazioni e delle persone sempre più consapevoli, che agiscono in prima persona. E i Governi, alcuni, più illuminati, iniziano a fare i primi passi verso un futuro più sostenibile; gli altri, molti, continuano a tenere la testa sotto la sabbia.

C’è speranza che Santiago non rimanga solo un romantico ricordo del passato, che i figli e i nipoti possano continuare a esistere su questa terra, ed ancora leggere «Il Vecchio e il Mare», e che il mare continui a inondare delle sue bellezze noi umani, nelle sue lotte naturali e non con la plastica.

Della gravità della situazione ambientale del nostro pianeta si parla molto meno di quanto si dovrebbe, e purtroppo, se non cambiamo al più presto le politiche e le economie, partendo quindi dal pensiero, non sarà il pianeta a distruggere se stesso, ma saremo noi stessi che ci distruggeremo.

[ Stefania Romano ]