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Dossier Clima 2014: l’Italia che non ti aspetti

Italia dallo spazio

Roberta Di Giuli • Il nostro Paese ha ridotto le emissioni del 25% tra il 2005 e il 2013, centrando gli impegni dell’accordo di Kyoto e andando oltre i target al 2020 previsti dal pacchetto clima-energia dell’Unione Europea. Ora il meritato riposo? Tutt’altro! Questo è il momento di pretendere – e fare – di più!

•• Qualcosa di cui andare fieri. L’Italia compie un inaspettato – importante – miracolo ambientale. A sostenerlo sono i dati della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile presenti nel «Dossier Clima 2014» che annuncia: “L’Italia prosegue nel suo percorso virtuoso di riduzione delle emissioni di gas serra e dopo aver centrato e superato nel 2012 l’obiettivo di Kyoto (-7,8% rispetto al 1990), nel 2013 ha ridotto le emissioni di un ulteriore 6% ed è sulla strada per centrare il target del 2020 del pacchetto clima-energia”.
Spiegano meglio l’elogio i dati che traducono il successo. Le emissioni di gas serra nel 2013 si sono attestate, nel nostro Paese, a 435 MtCO2eq. In percentuale parliamo di una riduzione di oltre il 6% (30 Mt) rispetto all’anno precedente, alla cui radice c’è una significativa contrazione dei consumi di combustibili fossili: – 5% (3,4 milioni di tonnellate di petrolio), di gas – 6% (4,8 miliardi di m3) e di carbone -14% (3,7 milioni di tonnellate).

Ora resta da vedere chi più di altri può vantare la responsabilità virtuosa del successo. In realtà, ci sarebbe ben poco di cui rallegrarsi se sulla bilancia del risultato avesse pesato innanzitutto la crisi economica, con un Pil italiano nel 2013 in calo dell’1,8%. Ma non è esattamente così. Secondo il Rapporto, infatti, “La riduzione del Pil può spiegare circa un terzo della contrazione delle emissioni del 2013” Il vanto dei due terzi andrebbe dunque dritto dritto ad incoronare un maturo impegno ambientale, ma con qualche défaillance: “Sulla parte rimanente incidono lo sviluppo delle rinnovabili, dell’efficienza energetica e gli stili di vita più sostenibili. Questo nonostante il 2013 sia stato per le politiche ambientali in Italia un anno di luci e ombre, come testimonia il brusco rallentamento della nuova potenza installata di impianti di produzione elettrica da fonti rinnovabili”.

Gas serraEd in effetti, in merito alla danza dei «responsabili del merito», a ben guardare, il dato storico individua una contrazione delle emissioni registrata già nel 2005, quindi tre anni prima che si registrasse la crisi economica. La Fondazione afferma: “Dal 2005 al 2013 le emissioni sono calate di oltre 140 MtCO2eq (-25%). Ma soprattutto l’intensità carbonica, ossia la quantità di emissioni per unità di Pil prodotto negli ultimi 9 anni si è ridotta a un tasso medio annuo del 2,4% contro lo 0,6% del periodo 1990-2004. Analizzando il periodo tra il 2009 e il 2013 il Pil è sceso complessivamente del 7,5% e le emissioni del 20%. A meno che non si ipotizzino tassi di crescita del Pil oltre il 2,5%, l’Italia è oramai in una fase di disaccoppiamento assoluto”. Edo Ronchi Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, sottolinea: “Il protocollo di Kyoto, per l’Italia, l’ho firmato io. Le emissioni però, inizialmente continuavano a salire, e l’aver sottoscritto quell’accordo mi esponeva alle critiche dei molti scettici. Dicevano – sottolinea con un velo di soddisfazione – che mi ero lasciato prendere la mano da derive ambientaliste: chissà se oggi sono ancora dello stesso parere”.

L’impegno dell’Europa e i dati del mondo

A livello Europeo, il target del protocollo di Kyoto – sottolinea la Fondazione – è stato ampiamente superato, facendo segnare per la UE15 una riduzione del 16% (inclusi meccanismi flessibili) come media 2008-2012, a fronte di un impegno del -8%. Per quanto riguarda gli obiettivi al 2020, la UE27 ha visto scendere le emissioni dal 1990 al 2012 del 19%: è probabile, quindi, che il target 2020 sia stato raggiunto e superato già nel corso 2013”. Non è così la situazione a livello mondiale: “Pur non disponendo ancora di dati consolidati per il 2012 – afferma il Rapporto – si può certamente affermare che il target del Protocollo di Kyoto è stato abbondantemente centrato: i Paesi dell’Annesso I (tutti, anche quelli non ratificanti) hanno ridotto le emissioni del 14,5% (al 2011) a fronte di un target del 5,2%. Tuttavia, il Protocollo non è stato adeguato all’obiettivo della Convenzione quadro Onu di stabilizzare il clima: dal 1990 le emissioni mondiali di gas serra sono aumentate di oltre il 30% e la concentrazione di CO2 in atmosfera ha superato le 400 ppm”.

L’insieme dei paesi industrializzati ha ridotto le emissioni serra di quasi tre volte rispetto a quanto previsto dal protocollo di Kyoto. Eppure la CO2 continua a crescere (più 30% dal 1990) per via dei paesi di nuova industrializzazione che non devono sottostare ad impegni di riduzione

L’anno scorso – ricorda Edo Ronchi – la concentrazione della CO2 in atmosfera ha raggiunto le 400 parti per milione, un record da almeno 800.000 anni. Il 2013 figura tra i dieci anni più caldi mai registrati. E l’effetto del global warming sul Mediterraneo è particolarmente pesante: dal 1850 a oggi i ghiacciai alpini sono diminuiti del 55%, mentre i disastri meteo degli ultimi mesi ci ricordano che stiamo già cominciando a pagare il conto del dissesto climatico.

Per l’Italia una sfida facile

Con il curriculum con cui l’Italia si è presentata al traguardo, ossia con l’obiettivo di Kyoto perfettamente centrato, il pacchetto clima-energia 20-20-20 dell’UE finisce per diventare un gioco da ragazzi, e non sarà un grande sforzo nemmeno raggiungere i traguardi della nuova direttiva che guarda al 2030. Quest’ultima prevede – fra l’altro – di ridurre la CO2 del 40% rispetto ai livelli del ’90 e, secondo la Fondazione, per il nostro Paese il traguardo è decisamente a portata di mano. In virtù di questo, il Presidente Ronchi esorta: “L’Italia dovrebbe impegnarsi al massimo in questa direzione anche perché ne ha tutto l’interesse. Dobbiamo mettere in campo iniziative per la mitigazione e l’adattamento ai nuovi scenari climatici, ma soprattutto politiche attive per stimolare l’uscita dalla crisi attraverso la green economy. Anche l’Unione Europea dovrebbe alzare l’asticella delle ambizioni. In media, nel Vecchio continente siamo già a un -19% di CO2 emessa. L’Italia è perfino più avanti. Gli obiettivi 2020 sono superati, e quelli per il 2030 sono troppo poco ambiziosi. Se vogliamo far fronte nel miglior modo possibile alla crisi climatica che si sta approssimando, è necessario osare”.

Il talento ambientalista del nostro Paese potrebbe riuscire a dimostrare che un -50% nel 2030 è possibile. Lo individua l’ex ministro e lo accoglie tra i risultati possibili la stessa Fondazione.

“Se sapremo cogliere appieno questa occasione e se gli altri Paesi ci supporteranno, potremo davvero giocare un ruolo importante sullo scacchiere internazionale spiega Ronchi. Presumibilmente, il pacchetto clima-energia 2030 non verrà chiuso durante il Consiglio europeo di fine marzo, perciò ricadrà nel semestre italiano. È importante ridefinire i termini della direttiva prima del summit dei capi di Stato e di governo che si terrà a New York il 23 settembre. Quello sarà un momento di svolta della politica sul clima. Ben più della conferenza delle parti di Lima, da cui non mi aspetto molto”.

È il clima a pretendere impegno

Non dobbiamo perdere di vista che il gioco dell’impegno e delle percentuali di emissioni da contrarre nasce da un’emergenza ambientale di portata eclatante. A ricordarlo ancora l’ex ministro dell’Ambiente: “L’Italia è duramente colpita dalla crisi climatica e ce lo ricordano i drammatici eventi degli ultimi mesi. Anche se il Paese negli ultimi anni ha fatto molti progressi riducendo le emissioni di gas serra del 25% in meno di un decennio, è necessario che si faccia di più per ridurre in modo molto più consistente le emissioni che concorrono a peggiorare il nostro clima. Non dobbiamo dimenticare che le temperature medie annuali negli ultimi decenni sono aumentate più della media mondiale, il Mar Mediterraneo si scalda al ritmo di 0,6°C per decade, dal 1850 a oggi i ghiacciai alpini sono diminuiti del 55% e molti ghiacciai minori sono destinati a scomparire già entro il 2050. Ma abbiamo gli strumenti, le tecnologie e il talento – conforta Ronchi – per affrontare la crisi climatica e, tramite essa, anche le altre molteplici crisi che segnano il nostro Paese”.

Roberta Di Giuli