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Un nuovo paradigma per affrontare le sfide globali

Le sfide globali sono un’opportunità di crescita senza precedenti. Per superare le crisi occorre un salto evolutivo di coscienza, responsabilità, impegno individuale e collettivo come mai era stato richiesto in passato. La ricerca verso un nuovo paradigma sociale, economico, etico e ambientale, che possa sostituire l’attuale vecchio ordine mondiale, può aiutarci a superare le gravi crisi

Le dichiarazioni bellicose, da una parte del Presidente della Corea del Nord, dall’altra di quello americano, farebbero pensare quanto l’Umanità abbia la memoria corta e non faccia tesoro di errori passati. Sembra per certi versi di vivere il 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, con bambini con tendenze delinquenziali che vengono mandati al potere. Oggi però non ci possiamo più permettere di concedere tanto potere a persone con la mente disturbata, perché se premono dei bottoni scompaiono dei continenti. La potenza distruttiva delle armi atomiche e la pericolosità delle armi chimiche batteriologiche e convenzionali possono mettere a rischio la stessa sopravvivenza del genere umano.

I devastanti incendi in California hanno provocato numerose vittime e danni incalcolabili

Le guerre sono devastanti non solo per le perdite umane, ma anche per i danni materiali e ambientali, non sono più tollerabili. Parallelamente i cambiamenti climatici progrediscono e mettono in pericolo le condizioni di vita adatte per l’uomo, così faticosamente raggiunte dopo milioni di anni di evoluzione. L’uomo con le sue attività è riuscito a cambiare la composizione chimica dell’atmosfera e le conseguenze sono il riscaldamento globale, la scomparsa della regolarità delle stagioni, l’aumento dei fenomeni estremi. Sono sotto gli occhi di tutti i danni causati da uragani, alluvioni ed in questi giorni le fiamme che stanno imperversando senza controllo in California. Come difendersi? Che modello adottare? Dove cercare insegnamenti etici per questa epoca travagliata?

Un nuovo modello di difesa e di protezione civile

La sfida climatica e ambientale si aggiunge alle difficoltà di un’epoca già critica nel campo lavorativo, sanitario, sociale, politico, morale. Viviamo in un sistema basato su relazioni, spesso conflittuali per esasperante competitività internazionale che fa perdere di vista la collaborazione, il senso di appartenenza ad una squadra, la progettazione e la pianificazione a lungo termine.

La stessa pace è a rischio, con i numerosi conflitti, le guerre non dichiarate, la creazione di immensi arsenali di armi, convenzionali e non con il rischio più o meno remoto che finiscano nelle mani di terroristi. I produttori e venditori di armi spingono i governi verso sempre nuovi scenari di guerra per mire di smisurati guadagni. Tutto ciò è vergognoso, ignobile e criminale, perché i conflitti generano miseria, distruzione, morte, danni ambientali e l’incontenibile fenomeno dei migranti, che alla fine si ripercuote inesorabilmente sugli stessi Paesi produttori e venditori di armi.

Negli ultimi anni sempre più frequentemente i governi preferiscono accordi economici, commerciali e per l’ambiente, bilaterali, ad esempio USA-Cina, fissando generici obiettivi non vincolanti. Analogamente per altre emergenze, come il terrorismo. Vedasi per esempio la reazione della Francia agli attacchi terroristici, che ha deciso di intraprendere azioni militari unilaterali o bilaterali con la Russia per i bombardamenti in Siria. Anche all’attacco dell’11 settembre 2001 non ci fu una convocazione di tutti i capi di stato all’ONU per discutere sul da farsi, ma nacque il concetto di guerra preventiva al di fuori di qualsiasi consenso istituzionale, per colpire Iraq, Afghanistan e poi eventualmente l’Iran. Non essendo state trovate armi di distruzione di massa in Iraq, come in Afghanistan, nasce il sospetto che le guerre che ne sono seguite siano in realtà per controllare il mercato delle materie prime, in particolare del petrolio.

Il risultato è caos e anarchia, si aggirano le normative internazionali e le organizzazioni internazionali, si calpestano i diritti umani, la logica della forza prevale su quella della giustizia. Quello che sta avvenendo in Siria, in Iraq, in Libia, nello Yemen e nel famigerato stato islamico dell’ISIS è emblematico e sotto gli occhi di tutti. Si creano alleanze trasversali, si danno le armi alla fazione di turno, chi vuole può andare liberamente a bombardare, si radono al suolo intere città abitate da civili, non si parla più dei caschi blu o dei caschi bianchi dell’ONU. Nessuno si erge per creare un corpo di polizia mondiale per andare a prendere mandanti, terroristi e fazioni violente per processarle per crimini contro l’Umanità, davanti ad un Tribunale Internazionale. I Governi e i Capi di Stato non vogliono mandare truppe di terra per evitare perdite umane che peserebbero sul consenso popolare e sulle successive elezioni, per cui si decide l’opzione meno rischiosa di bombardare dall’alto, di rifornire e addestrare bande armate che, non essendo un corpo di polizia o un esercito regolare, non rispondono a ben precise regole di ingaggio e fanno solamente il proprio interesse. Anche l’Impero Romano ad un certo punto si rivolse a soldati mercenari e fu una delle cause del suo crollo. Le bande di turno sono l’equivalente dei soldati mercenari di allora, chiamati a fare il lavoro «sporco» e rischioso.

Sebbene i popoli desiderino la pace, la meta di un disarmo simultaneo ed universale è ancora molto lontana. Finché il potere è ambito per i privilegi che offre e non è concepito come il massimo atto di servizio per i popoli, si procede con queste scelte dettate da miopia politica, emergenze ed emotività, le quali non sono risolutive e rispecchiano l’andamento di un vecchio ordine mondiale ormai vacillante.

Il caso della città di Palmira, che è stata per diversi mesi nelle mani dello stato islamico, subendo pesanti danneggiamenti e che ha visto l’assassinio e la tortura del direttore del locale sito archeologico siriano, Khaled al-Asaad, ha fatto riflettere sulla necessità di proteggere i siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, fece una proposta significativa in quei tristi giorni “I nostri caschi blu della Cultura sono pronti ad intervenire a tutela del patrimonio culturale minacciato o devastato dal terrorismo internazionale. Se Palmira sarà la prima occasione in cui verremo chiamati lo decideranno l’Unesco e la comunità internazionale, che devono anche stabilire tempi, modalità e coinvolgimento di uno o più Paesi. Noi comunque siamo pronti“. [1] Questa dichiarazione è molto importante. Finalmente si scopre che non è sufficiente dichiarare Patrimonio dell’Umanità un sito archeologico, religioso o un territorio naturalistico, come per esempio l’Antartide, se poi non ci sono strumenti per difenderlo.

Il decumano massimo della città di Palmira

Analogamente per l’ambiente: per il disboscamento dell’Amazzonia e delle foreste pluviali, che sono i polmoni della Terra, non ci sono regolamenti internazionali e tanto meno caschi verdi atti a proteggere aree di interesse strategico per la qualità della vita dell’Umanità.

Le risorse ittiche stanno crollando per l’eccesso di pesca (overfishing) perpetrato con le reti a strascico o altro, nonostante che almeno un quarto dell’Umanità viva di pesce. Gli oceani sono sempre più contaminate dalla plastica e da altri rifiuti, ma se questi sono in acque extraterritoriali, i Governi non ci pensano e non se ne preoccupano.

Stesso discorso per le api che muoiono per i neonicotinoidi, pesticidi adoperati in tutto il mondo. Nessuno è riuscito a far capire alle masse che se si estinguono ci saranno problemi per l’impollinazione e quindi per l’agricoltura, con un rischio di carestia globale.

Le minacce per la sopravvivenza non sono solo di tipo militare, la Terra così come la vediamo oggi è frutto di una sapiente evoluzione di milioni e milioni di anni.

Chi ci può difendere dagli effetti dei cambiamenti climatici che minacciano le condizioni di vita dell’uomo e di tutte le altre specie? Continuando a bruciare combustibili fossili e foreste, con la politica del business as usual (come al solito gli affari sono affari), per aggirare le normative sulla sicurezza e la salvaguardia ambientale spostando le industrie nei Paesi poveri, speculando sulla Borsa–mercato delle emissioni (cap and trade), è certo che andremo incontro a fenomeni estremi sempre più frequenti, violenti, imprevedibili ed estesi. Potrebbe esserci una maxi risposta estrema. James Hansen, il famoso scienziato del Goddard Institute for Space Studies della NASA, nel suo libro «Tempeste». Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti, l’urgenza di agire, indica gli scenari che ci aspettano: coste non più stabili a causa dello scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello degli oceani, super tempeste, estinzione di circa il 20 delle specie animali e vegetali, ecc. Secondo gli studi e le ricerche di Hansen e dei collaboratori, la concentrazione di anidride carbonica di 350 parti per milione è il valore limite della sicurezza climatica. Nel 2017 abbiamo toccato quota 410 ppm. Poiché il processo di surriscaldamento globale è iniziato, occorre cominciare a pensare e a realizzare un nuovo modello di protezione civile mondiale. Ogni anno, in ogni località del mondo, si registrano già numerosi fenomeni estremi, da segnare sul calendario. Tempeste di vento, incendi, trombe d’aria, alluvioni lampo, grandinate violente sono all’ordine del giorno. Sono un campanello di allarme, di un processo che potrebbe andare fuori controllo.

Secondo gli studi the UN Refugy Agency (UNHCR) ci saranno 200-250 milioni di profughi ambientali [2] entro il 2050 che si aggiungeranno ai migranti per la miseria e per le guerre. Sono scenari e cifre che dovrebbero far riflettere a livello internazionale i governi, per prendere provvedimenti per arginare tale prospettiva. A livello nazionale e locale ci si ricorda della protezione civile solamente dopo un disastro per un dissesto idrogeologico, un terremoto, un’alluvione o un’eruzione vulcanica. Si fa poca prevenzione (ad esempio il rinforzo antisismico dei centri storici), non esiste ancora una forza di intervento rapido internazionale per calamità, incendi, alluvioni, ecc…  e non si pensa ancora ad incrementare mezzi aerei, navali e terrestri per emergenze locali, regionali o globali.

Il continuo flusso di immigrati tramite gommoni e carrette del mare ha costretto la Marina Militare a organizzare interventi di salvataggio umanitari, adattando in qualche modo all’accoglienza e al trasporto di civili le navi da guerra. Grazie a queste operazioni delle unità della Marina militare dei Paesi europei sono stati salvati da morte sicura nel Mar Mediterraneo decine di migliaia di profughi e migranti. Molto si deve alla generosità dei militari, a operazioni rischiose di salvataggio, a turni massacranti, ad una splendida e ammirevole organizzazione che è stata capace di cogliere questi risultati. Si procede però con mezzi militari, che portano armi offensive e difensive, non sono state ancora progettate navi per la protezione civile. Si deve poi ricordare l’alto numero di coloro che non ce l’hanno fatta e sono morti nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee.

Gli oneri di spesa esorbitanti per la difesa alla lunga non saranno sostenibili per molti governi. Occorre pertanto rimettere in agenda sui tavoli la rimozione di tutte quelle cause che impediscono il raggiungimento di una pace mondiale permanente, come obiettivo di lungo termine, che preveda il disarmo universale e simultaneo. I benefici di un raggiungimento di tale meta sarebbero immensi. Come modello di difesa sarebbero sufficienti in tal caso piccoli contingenti per la sicurezza interna; nel caso di eventuali aggressioni di Paesi verso altre nazioni, tutto il mondo dovrebbe insorgere con ogni mezzo. Tale nuovo modello per la sicurezza garantirebbe un risparmio enorme per i bilanci degli stati, sarebbe molto meno impattante nei confronti dell’ambiente, permetterebbe di dirottare immensi capitali in opere utili come il disinquinamento, l’educazione, la creazione di posti di lavoro, la lotta alle malattie e alla miseria, ecc. Oggi però si blocca lo sviluppo di Paesi Poveri perché altrimenti diventerebbero dei competitor, dei concorrenti sul mercato internazionale per i Paesi già avanzati industrialmente.

Se fossimo in un’era di pace, sicuramente sarebbe molto più semplice affrontare la crisi ambientale. Si potrebbe pensare ad un modello di assistenza e intervento con modalità rapide, distribuito su tutto il Pianeta, con un coinvolgimento e partecipazione universali.

Dopo un terremoto o un’alluvione, si manifesta già solidarietà internazionale, ma ancora non esiste un corpo di Protezione civile, un coordinamento, una centrale operativa planetaria, che possa contare su mezzi e personale di ogni Paese.

Non si può certo aspettare che si arrivi alla pace mondiale, meta ancora molto lontana, per iniziare a programmare una seria strategia di Sviluppo sostenibile e di Protezione civile.

I mass-media ed i Governi hanno come priorità l’economia, la finanza, la sicurezza, il terrorismo, per cui la popolazione mondiale non beneficia di una corretta informazione scientifica, i governi sono ostaggio di interessi privati, per cui non si percepisce il pericolo a cui stiamo andando incontro. Al pubblico i capi di stato mostrano apparenti successi di immagine mostrando obiettivi ambientali sottoscritti, ma che non saranno mai raggiunti, come quelli di Parigi al summit internazionale sui cambiamenti climatici della COP 21, perché su base volontaria, non vincolanti, senza controlli e penalità per gli inadempienti. In realtà tutti i Governi dei Paesi industrializzati si professano ambientalisti ma a ben guardare non solo non chiudono le centrali a carbone, ma approvano la costruzione di sempre nuove smentendo così clamorosamente le politiche ambientali. E se non si dà l’esempio come si fa poi a chiedere sacrifici a Paesi come la Cina e l’India o altri da poco sulla via dell’industrializzazione?

L’uomo è corruttibile, si lascia troppo facilmente corrompere; è miope, perché guarda a vantaggi immediati e non a obiettivi di lunga scadenza, per una programmazione strategica; purtroppo l’uomo ha anche la memoria corta, tende a dimenticare facilmente gli errori passati e non mette a frutto l’esperienza acquisita.

D’altro canto la catastrofe ambientale che si profila all’orizzonte, per la mancata adozione di misure adeguate, è uno dei fattori determinanti per spingere leader, governi, istituzioni e mondo produttivo a trovare accordi internazionali, equi, vincolanti e secondo un preciso calendario e ad instaurare un nuovo ordine mondiale, un nuovo paradigma sociale ed economico che riconosca l’importanza di essere uniti, la qualità della vita, la prosperità globale. A questo riguardo risuonano profetiche le parole di un Maestro di Vita vissuto nel 1800: “Desideroso di rivelare i fondamenti della pace e della tranquillità del mondo e del progresso dei suoi popoli, il Grande Essere ha scritto: Verrà il tempo in cui sarà universalmente sentita l’impellente necessità di costituire una vasta assemblea che rappresenti tutti gli uomini. I potenti e i re della terra dovranno intervenire e, partecipando alle sue deliberazioni, prendere in considerazione le vie e i mezzi su cui si baseranno le fondamenta della Grande Pace Mondiale fra gli uomini. Una simile pace esige che per amore della tranquillità dei popoli della terra, le Grandi Potenze si decidano a riconciliarsi pienamente fra di loro. Se un re si levasse in armi contro un altro, tutti dovranno sorgere uniti contro di lui ed impedirglielo. Se ciò accadrà le nazioni del mondo non avranno bisogno di alcun altro armamento oltre a quello necessario per conservare la sicurezza dei loro regni e mantenere l’ordine interno nei loro territori. Così si garantirà la pace e la serenità di tutti i popoli, i governi e le nazioni. Se ciò accadrà le nazioni del mondo non avranno bisogno di alcun armamento oltre a quello necessario per conservare la sicurezza dei loro regni e mantenere l’ordine interno nei loro territori. Così si garantirà la pace e la serenità di tutti i popoli, i governi e le nazioni. Osiamo sperare che i re e i sovrani della terra, specchi del benevolo e Onnipotente nome di Dio, assurgano a questo grado e proteggano l’umanità dal massacro e dalla tirannia…

… È un vero uomo colui che si dedica oggi a servire l’intera razza umana. Il Grande Essere dice: Benedetto e felice colui che si leva a promuovere i migliori interessi dei popoli e delle tribù della terra. In un altro passo Egli ha proclamato: Non ci si deve gloriare di amare la propria patria ma piuttosto di amare il mondo intero. La Terra è un solo Paese e l’Umanità i suoi cittadini”. [3]

Se è vero che al centro di ogni crisi vi è l’uomo, con la sua fragilità ed i suoi limiti, la strada percorribile sembra essere quella della educazione e di un’azione collettiva verso istituzioni e governi. Per oltrepassare la complicatissima situazione attuale, con tutte le sfide, apparentemente insormontabili, nonché l’egoismo sfrenato e quasi inguaribile, occorre un salto qualitativo delle capacità e delle potenzialità umane mai richiesto prima nella storia dell’Umanità. Le tecnologie ed i mezzi comunicativi, che sono strumenti preziosi, ci sono già; scarseggiano invece risorse umane in grado di traghettare l’Umanità verso questa transizione epocale. Qui, è doveroso insistere, gioca un ruolo chiave l’educazione. È evidente che se abbiamo scuole dove si insegnano come costruire e indossare cinture esplosive, armi, ecc. avremo il perfetto kamikaze.

Se invece in tutto il mondo inserissimo nei programmi curriculari l’educazione alla cittadinanza mondiale, al rispetto del prossimo, ad elevare il lavoro come un atto di culto, un nobile servizio per l’Umanità, dalle scuole uscirebbero cittadini del mondo.

Cura del territorio

Il territorio è una risorsa da salvaguardare e proteggere, dalla sua cura dipende la qualità della vita dell’uomo e degli altri esseri viventi. Per quanto riguarda l’agricoltura sono state applicate le modalità industriali e lo sfruttamento per raggiungere il massimo profitto nel minor tempo possibile senza tenere conto dei cicli naturali da rispettare per lasciare alle nuove generazioni terreni fertili coltivabili. Il riposo ciclico annuale, la pluricoltura anziché monocoltura, la rotazione delle colture son state per secoli regole che hanno permesso all’Umanità di vivere con attività prevalentemente agricole e artigianali.

Un’alimentazione sana e sostenibile si basa su consumi di prodotti freschi, locali e di stagione. I trattamenti per il surgelamento, il trasporto, la conservazione, la colorazione incidono sui sapori e sulla qualità del cibo e quindi sulla salute. La vendita diretta, dal produttore al consumatore, eviterebbe la grande distribuzione che è un sistema altamente dissipativo. Ci sono esperienze, come slow food, i gruppi solidali di acquisto (GAS), le strutture agrituristiche che si stanno diffondendo riproponendo uno stile di vita ed un’alimentazione più sana.

Oggi con il commercio mondiale e la concorrenza globale si tende ad acquistare ciò che costa meno sul mercato internazionale, a scapito della qualità e dell’ambiente. Pertanto si scelgono prodotti di Paesi dove i costi della manodopera sono bassi e si può sfuggire alle norme sulla sicurezza e sul rispetto ambientale. A tutto questo si deve aggiungere che il trasporto di container su gomma, via mare o su aerei cargo ha un impatto considerevole sull’ambiente.

È necessario un controllo mondiale delle ricerche in campo biologico e soprattutto della genetica. È essenziale una lunga e meticolosa esperienza per selezionare, prodotti di certificata utilità senza effetti secondari e per evitare errori irreversibili. È importante preservare l’accessibilità a prodotti naturali, provenienti da un’agricoltura sana, privi di manipolazioni transgeniche potenzialmente pericolose. In sostanza la messa a disposizione di tutta l’Umanità dei prodotti, anche transgenici, sia condizionata dalla garanzia di comprovata innocuità e utilità certa.

Il principio della moderazione dovrebbe poi essere applicato al consumo di carne, che ha notevoli impatti sull’ambiente, per consumo di acqua, per la ricerca di sempre nuovi spazi da dedicare alla coltivazione di mangimi animali che vengono strappati alle foreste, nonché emissioni e rifiuti pericolosi per la salute umana e per gli habitat naturali. C’è da rilevare inoltre che gli allevamenti intensivi sono una vera vergogna per come vengono trattati gli animali, producono carne di bassa qualità e sono dannosi alla salute. Tutti gli animali allevati vengono trattati sistematicamente con antibiotici, vaccini, farine animali anche per gli erbivori di tutto ciò rimangono tracce in quello che si mangia.

Prevenire è meglio che curare. Se l’ambiente non è pulito e l’alimentazione non è sana gli individui si ammalano e vanno in crisi i sistemi sanitari nazionali.

Un nuovo modello energetico

Il modello energetico attuale si è sviluppato sull’utilizzo dei combustibili fossili, che hanno un’alta densità energetica, ma la loro combustione è impattante a livello ambientale, sociale e sanitario. Compagnie private hanno in mano l’intera gestione estrattiva, produttiva e distributiva. Il «potere» delle materie prime e dell’energia è in mano a pochi. È una struttura gerarchica, piramidale, pochi al vertice, che decidono, e tanti alla base, gli utenti consumatori, che non hanno nessuna possibilità di decidere. Su questo modello sono stati realizzati mega impianti. Il «potere» quando è concentrato è pericoloso, si può tramutare in dittatura, in monopolio, abbandonando la salvaguardia dei beni comuni, gli interessi e i benefici distribuiti. L’accentramento e la concentrazione della produzione di energia è rischioso anche per le mire militari di nazioni che cercano di impossessarsi ed assicurarsi approvvigionamenti; sono inoltre vulnerabili per azioni terroristiche clamorose e spettacolari. Ad esempio per le nuove centrali nucleari la sicurezza impone che siano progettate per resistere ad aerei kamikaze.

Alcuni progetti, come DESERTEC, promosso da industrie tedesche come Siemens, Schott e altre, che prevedeva la produzione di una cospicua percentuale del fabbisogno immettendo nella rete energia eolica lungo le coste atlantiche e tramite impianti di solare termodinamico nel nord Africa, è naufragato per gli scontri e l’instabilità politica e geografica.

Eppure sarebbe possibile, a livello tecnologico, produrre tutta l’energia di cui l’Umanità ha bisogno, catturando e stoccando in qualche modo l’energia solare che colpisce i deserti del mondo. I macro progetti per la produzione di energia o di disinquinamento non sono ancora realizzabili, perché viviamo in una fase di nazionalismo conflittuale, non c’è vera collaborazione fra governi.

Pertanto l’unica possibilità per garantire uno sviluppo coerente con l’ambiente e con la sicurezza è la delocalizzazione della produzione energetica con fonti rinnovabili là dove siano abbondanti, nonché puntare sull’efficienza e sul risparmio energetico.

La giustizia sociale vorrebbe che venisse adottato il principio «Chi inquina paga». C’è chi propone una carbon tax proprio per tassare chi brucia petrolio, carbone e metano ed indirizzare i proventi per favorire la migrazione verso le rinnovabili, abbassando i costi di produzione, installazione, manutenzione e smaltimento. Uno dei modi per risollevare l’economia è proprio quello di abbassare il costo dell’energia. Le rinnovabili favoriscono la delocalizzazione, la democrazia energetica, diminuendo i rischi di guerre e attacchi terroristici, rendendo la rete più stabile e sicura. Jeremy Rifkin nei suoi libri parla di una vera e propria rivoluzione industriale ed energetica combinando le rinnovabili con l’idrogeno come vettore energetico per lo stoccaggio e la distribuzione. Volendo, le soluzioni ci sono.

Un nuovo paradigma educativo, sociale ed economico

Possiamo considerare la Terra come un’«Astronave» che viaggia nell’Universo. Come in tutte le navicelle spaziali l’organizzazione interna e l’ottimizzazione nell’uso delle risorse è fondamentale per non compromettere la missione. L’uomo non è che uno degli innumerevoli esseri viventi che popolano il Pianeta, ma è il solo capace di libere scelte in base alla propria consapevolezza, all’educazione ed all’esperienza. Fino ad oggi egli si è organizzato in aggregazioni sempre più grandi seguendo una linea evolutiva evidente nel suo processo storico (figura 1).

Figura 1. Tappe evolutive della civiltà umana. La freccia dell’evoluzione ci indica che si va verso aggregazioni sempre più grandi. I girasoli si volgono verso il Sole, quelli della figura rappresentano tappe di civiltà, si orientano verso un “modello” giuridico riconosciuto e consolidato. Ognuno di essi ha rappresentato una tappa, una fase storica per il nostro territorio. Il penultimo girasole nella successione temporale rappresenta la nazione. [Ideazione e realizzazione grafica di Marco Del Puglia e Marco Bresci]
«L’unificazione dell’intera Umanità è il contrassegno dello stadio che la società umana sta ora per raggiungere. L’unità familiare, l’unità della tribù, della città-stato e della nazione sono state l’una dopo l’altra tentate e pienamente conseguite. L’unità del mondo è la meta per la quale questa umanità afflitta sta lottando. Il periodo della fondazione delle nazioni è ormai terminato e sta giungendo al suo culmine l’anarchia inerente alle sovranità nazionali. Questo mondo in crescita verso la maturità deve abbandonare un tale feticcio, riconoscere l’unicità e l’organicità delle relazioni umane e instaurare una volta per sempre il meccanismo che meglio potrà incarnare tale fondamentale principio della sua vita». [4]

L’essere umano tuttavia si è comportato spesso come un vero predatore nei confronti dei quattro elementi che gli garantiscono la sopravvivenza: l’aria, l’acqua, i frutti della terra e le fonti di energia.

Per l’accaparramento egoistico di questi beni primari, patrimonio di «tutti gli esseri viventi», si stanno perpetrando ingiustizie e crimini di ogni genere a danno di singoli o di intere popolazioni. Se la razza umana si autodistruggerà, il Pianeta ritroverà un suo equilibrio ed andrà comunque avanti.

Se qualcuno contamina l’aria, l’acqua, il suolo, o se attenta alla sicurezza dei popoli, a chi ci possiamo rivolgere per difendere i diritti dell’Umanità e degli altri esseri eventi? Si avverte la drammatica mancanza di un ENTE giuridico a carattere internazionale che possa tutelare questi diritti.

Il concetto di nazione comincia ad essere stretto, non esiste più lo stato monoetnico, monoculturale, monoreligioso. Si parla sempre più spesso di cittadinanza mondiale, grazie agli straordinari sviluppi della tecnologia, dei trasporti, delle comunicazioni e al fenomeno delle migrazioni di massa, ma non è ancora riconosciuta universalmente a livello politico, legislativo e giuridico.

C’è una sorta di crisi di identità, simile a quella vissuta nello stato adolescenziale: non si è più fanciulli e non si è ancora adulti.

Internet può essere paragonato al sistema nervoso dell’Umanità; le Nazioni alle membra; le strade alle arterie; le istituzioni agli organi; gli esseri umani alle unità viventi (cellule). Il benessere dell’insieme dipende da quello del singolo e viceversa. Questo modello implica un coordinamento, una «testa», il superamento della competizione a favore della collaborazione, l’acquisizione di un forte senso di appartenenza ad una «squadra», esattamente come avviene biologicamente all’interno del corpo umano in piena salute. Se c’è un’aggressione batterica i globuli bianchi accorrono da tutto l’organismo per combattere la minaccia. Ammesso che lo sviluppo evolutivo dell’Umanità sia in qualche modo simile a quello del feto è necessario anche un «cuore» pulsante, per inviare ossigeno agli organi, ai tessuti e alle unità viventi, e animare il corpo. Un «corpo» biologicamente vivo non si può dividere… Anche l’Umanità è una e indivisibile. Tale unità è da realizzare attingendo alle diversità, proprio come fa l’organismo umano. La specializzazione e la differenziazione cellulare sono necessarie per lo sviluppo armonioso del sistema vivente, non c’è spazio per l’egoismo e l’isolamento. Tutto è interdipendente. Anche il mondo oggi si è fatto interdipendente. Le nazioni non possono più vivere isolatamente. La stessa Umanità è in cammino evolutivo verso più alti gradi di coscienza a di competenze, ricorrendo alle sue preziose diversità. Per salvare le meraviglie del nostro Pianeta occorre l’apporto di tutte le istituzioni e di ogni individuo.

Da tutto ciò emerge un principio fondamentale: l’unità del genere umano. Su questo fondamento si può costruire una civiltà mondiale, sostenibile, pacifica, una prosperità globale di lunga durata, finora mai sperimentata prima nella storia umana.

Quali passi intraprendere per realizzare questo meraviglioso progetto per l’Umanità?

L’unità è alla base della pace, se si consegue l’unità il frutto è la pace e non viceversa: l’unità non è frutto della pace. La pace non è assenza di guerra, è una condizione raggiungibile se e solo se si raggiungono certi prerequisiti, come l’equità, la giustizia, la solidarietà, la ferma determinazione dei governanti e dei popoli nel perseguirla. Ci sono stati dei periodi di assenza di guerra, dopo processi di conquista ed unificazione, ma non sono mai state gettate le basi per la costruzione di una pace universale. Ne è prova la corsa agli armamenti sempre più sofisticati, con droni teleguidati e proiettili ad uranio impoverito. L’equilibrio del terrore con arsenali stracolmi di armi non getta certamente luci di pace.

Riguardo ai numerosi conflitti in corso Papa Francesco ha affermato che “Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti. Nel mondo c’è un livello di crudeltà spaventosa, la tortura è diventata ordinaria. Sì, un aggressore «ingiusto» deve essere fermato, ma senza bombardare o fare la guerra”. È iniziata una sorta “terza guerra mondiale a pezzi”. [5]

Il tema della Pace è affrontato spesso dai leaders religiosi. Il Dalai Lama al Festival delle Religioni al Palasport di Firenze il 19 settembre 2017 ha sottolineato come «il rimedio» alle guerre tra Paesi e persone che lacerano il mondo di oggi sia proprio quello “di metterci in relazione gli uni con gli altri perché sono più le cose che ci accomunano, in particolare il fatto che siamo esseri umani, siamo tutti uguali”. Per esempio, ha aggiunto, “è una cosa terribile che le religioni che sono portavoce della compassione vengano usate al fine di alimentare le divisioni. Questo avviene perché non c’è comprensione dell’altro. È completamente ridicolo e inutile usare la religione come metodo di conflitto”. [6] Gandhi sosteneva che “La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno”.

Già all’inizio del XX secolo un grande Personaggio nei suoi viaggi in Europa e Stati Uniti per promulgare la Pace Mondiale Permanente aveva dichiarato: “La vera civiltà dispiegherà le sue insegne nel cuore del mondo quando un certo numero dei suoi sovrani di nobile intelletto e sentimento – fulgidi esempi di devozione e determinazione – per il bene e la felicità dell’intero genere umano si leveranno con ferma risolutezza e chiara visione, a stabilire la causa della Pace Universale. Essi debbono fare della Causa della Pace oggetto di una consultazione generale e cercare con ogni mezzo in loro potere di fondare un’unione delle nazioni del mondo.

Debbono concludere un trattato vincolante e stabilire un patto, i cui provvedimenti siano efficaci, inviolabili e ben definiti e poi proclamarlo in tutto il mondo e ottenerne la sanzione dall’intera razza umana. Questa suprema e nobile impresa – vera fonte della pace e del benessere di tutto il mondo deve essere considerata sacra da tutti coloro che dimorano sulla terra.

Tutte le forze dell’umanità devono essere mobilitate per assicurare la stabilità e la permanenza di questo Sommo Patto… Il principio fondamentale regolatore di un tal solenne Patto deve essere così ben fissato che se, più tardi un governo violerà qualcuno di quei provvedimenti, tutti i governi della terra si muoveranno per ricondurlo a completa sottomissione, anzi la stessa razza umana, come un sol uomo, risolverà d’abbattere quel governo con ogni potere a sua disposizione.

Se questo massimo tra i rimedi verrà applicato al corpo infermo del mondo, esso senza dubbio guarirà dai suoi malanni e rimarrà perpetuamente salvo e sicuro”. [7]

Il raggiungimento ed il mantenimento di una pace stabile sono condizionati dall’adozione di principi universali, come quelli indicati nella figura 2, al fine di garantire le necessità di base ad ogni essere vivente (figura 3).

Figura 2. PIANETA TERRA, il più grande patrimonio dell’Umanità [Ideazione e realizzazione grafica di Marco Del Puglia e Marco Bresci]
Come le altre tappe hanno insegnato, il conseguimento della maturità dell’Umanità potrà avere necessità di un iter storico evolutivo molto lungo e probabilmente anche assai doloroso. La fine degli imperi e di dittature ha richiesto molti sacrifici.

Necessità di base [Ideazione e realizzazione grafica di Marco Del Puglia e Marco Bresci]
Le crisi globali come la scarsità delle risorse, l’aumento demografico, la disoccupazione, i conflitti mettono in discussione l’attuale sistema di gestione degli affari umani, risvegliando nelle coscienze degli individui la necessità di un salto evolutivo di proporzioni planetarie.

La fine dell’era dell’abbondanza delle risorse ci pone drammaticamente ad una scelta obbligata, non più conflitti per impossessarsi dei giacimenti residui, perché il potenziale distruttivo raggiunto comprometterebbe l’esistenza umana sulla Terra. L’unica strada percorribile, per evitare la dissipazione delle risorse, le diseguaglianze, le grandi ingiustizie e l’autodistruzione, è cogliere tali sfide come opportunità di crescita, a livello etico e sociale. È necessario un nuovo paradigma sociale ed economico basato sulla giustizia, sull’equità, sulla moderazione nei consumi, sulla libera e volontaria condivisione delle risorse, sulla solidarietà, sulla sicurezza. Per sviluppare tale nuovo paradigma occorrerà un lungo processo educativo ed esperienziale, per far acquisire il senso di appartenenza ad un’unica squadra, l’Umanità, e per adottare nobili mete, come il perseguimento della pace mondiale permanente, una strategia per ottimizzare l’uso delle risorse umane, del sottosuolo e della natura per una prosperità globale.

Occorre dare una corretta informazione scientifica sui pericoli derivanti dall’utilizzo dei combustibili fossili e dell’estrattivismo intensivo e di come sia necessario utilizzare fin da subito le fonti rinnovabili, nonché proteggere le foreste dall’abbattimento e dagli incendi e procedere verso un disarmo simultaneo e globale.

Tutti i mezzi di comunicazione di massa, tutte le agenzie educative sono chiamate a questa impresa di riconversione, come il passaggio dai combustibili fossili alle rinnovabili ed un progressivo miglioramento delle condizioni di vita. Le menti più brillanti dovrebbero unirsi in un Patto per la salvezza del Pianeta e per l’educazione dei giovani. I governi potrebbero dare vita ad una specie di Piano Marshall [8] per la diffusione globale delle tecnologie a basso impatto ambientale, adottando un sistema educativo basato su principi di etica universale, sul senso del servizio verso l’Umanità. Per cambiare una mentalità, rendere l’uomo meno facilmente corruttibile, occorreranno diverse generazioni, molti sacrifici, ma è un percorso necessario, un investimento di lungo termine, per calmare la «febbre» della Terra, risolvere le ingiustizie sociali, garantire un futuro sostenibile ad ogni abitante.

Tali obiettivi, sono in parte già promossi da forze laiche e religiose, dal mondo dell’associazionismo e del volontariato, attraverso l’educazione, la formazione e azioni sul campo. Numerose istituzioni e leader religiosi sono attivamente impegnati, fanno leva sulle coscienze dei credenti, contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica su questi problemi e a comportarsi con onestà e rettitudine. Alla base della questione ambientale, della crisi sociale, economica e finanziaria, c’è la questione morale, per cui è fondamentale la collaborazione fra le religioni. Nell’Enciclica «Laudato si’», recentemente pubblicata da Papa Francesco, si afferma: “Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri”. [9]

In ambito religioso ci sono persone attivamente impegnate, come per esempio Vandana Shiva, attivista e ambientalista indiana, che si batte per cambiare pratiche e paradigmi nell’agricoltura e nell’alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni sociali, economiche e geopolitiche connesse all’uso di biotecnologie, ingegneria genetica e altro. È tra i principali leader dell’International Forum on Globalization.

Il dialogo inter-religioso per la pace e lo sviluppo dell’Umanità è uno dei fenomeni più straordinari e luminosi della nostra epoca. Secondo l’aggiornamento annuale dell’Enciclopedia Britannica la maggioranza dei cittadini del mondo sono credenti. Fra questi, sempre di più sono disposti ormai a credere a un unico Dio per tutta l’Umanità, anche se chiamato con nomi diversi nel corso dei tempi.[10]

Le istituzioni ed i credenti delle varie religioni possono giocare un ruolo chiave nel campo educativo e nel rispetto del prossimo e dell’ambiente, perché la qualità della vita è legata alla qualità del territorio e dei rapporti umani. Si può promuovere un coordinamento nell’azione sociale per combattere l’egoismo dilagante e la sete di potere.

Esistono due sistemi di conoscenza per l’Umanità: la scienza e la religione. Obiettivi della scienza sono la libera e indipendente ricerca delle leggi che regolano l’Universo. Scopo delle religioni è migliorare il comportamento delle persone attraverso gli insegnamenti dei rispettivi Fondatori, promuovere tutto ciò che possa aiutare l’uomo nello sviluppo della vita materiale, intellettuale e spirituale. È evidente che abbiamo bisogno sia della scienza che della religione e di una visione armonica e integrata.

È il momento di cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. Il principio dell’unità del genere umano necessita di una realizzazione pratica, di una veste giuridica. Esso nasce dall’esigenza di affrontare le numerose emergenze globali. Il Pianeta Terra è la sola cosa che l’Umanità possiede…, la sola possibilità di esistere…, la sola astronave dispersa nello spazio… Esso costituisce un patrimonio unico dell’Umanità, da riconoscere, salvaguardare e proteggere. Occorre individuare delle regole per definire comportamenti ed azioni coerenti con il sistema equipaggio-astronave, una sorta di «Codice universale» che riconosca diritti e doveri dell’Umanità, la quale costituisce l’equipaggio, insieme agli altri esseri viventi. In tale Codice ci dovranno essere indicazioni e norme per garantire l’esistenza anche degli altri esseri viventi, oggi minacciata dalle attività umane incontrollate. Un esempio di Codice è stato pubblicato sul libro «Pianeta Terra, un mondo da salvare» di Luca Bracali, pubblicato da Silvana Editoriale. Tale «Codice», curato dal sottoscritto, si basa su «principi spirituali di etica universale o valori umani», tratti dall’Antica Sapienza che ci è stata trasmessa nel corso dei tempi e delle epoche dai grandi Maestri di Vita. Tali principi o valori permettono di trovare soluzioni ai problemi sociali, morali, economici, ambientali che circondano l’Umanità. Si vive in un sistema complesso dove alla base ci sono relazioni, fra persone, fra enti, fra aziende, fra stati sovrani. Tali relazioni devono essere fondate sul rispetto del prossimo e dell’ambiente. Un tempo il «prossimo» era la persona abitante del villaggio o raggiungibile a cavallo. Oggi il «prossimo» è il cittadino del mondo residente a longitudine x e latitudine y, della presente e delle future generazioni. Ne segue la necessità di un’etica globale [11], di una coesistenza pacifica, di unità fra le religioni mondiali, di armonia tra scienza e religione. Se la freccia evolutiva indica una direzione, conviene orientarsi verso quella meta. Si può già riconoscere che è in corso una trasformazione epocale. Si pensi che solo un secolo fa la parola «Umanità» era usata pochissimo, vi erano ancora grandi potentati e nazionalismi sfrenati. Essa era una parola pressoché vuota e priva di significato, al di fuori della portata e degli argomenti di discussione delle masse. Oggi il concetto di «Umanità» ha assunto una diversa consistenza, è sulla bocca di tutti, ogni giorno, sui giornali, sui libri, sui programmi televisivi, nei film. Diventa perciò molto confortante e profetica questa pagina scritta appena agli inizi del Novecento da un Maestro di Vita, così attuale che potrebbe essere un articolo o un servizio giornalistico pubblicato in questi giorni da un altro autore, giornalista o scrittore, a noi contemporaneo.

«Nei cicli passati, per quanta armonia si fosse creata, non si poteva conseguire l’unità del genere umano, perché mancavano i mezzi. I continenti rimanevano lontani e divisi, e anzi persino fra i popoli dello stesso continente i rapporti e lo scambio di pensieri furono quasi impossibili: di conseguenza non si poterono conseguire fra i popoli e le tribù della terra rapporti, comprensione reciproca e unità. Ma in questo giorno i mezzi per comunicare si sono moltiplicati e i cinque continenti della terra sono virtualmente divenuti uno. Ed è facile per tutti, oggi, recarsi nei vari Paesi, associarsi e scambiare opinioni con diversi popoli, e conoscere a fondo, attraverso la stampa, le convinzioni religiose e i pensieri di tutti. In tal guisa tutti i membri della famiglia umana, siano essi popoli o governi, città o villaggi, sono divenuti sempre più interdipendenti. Nessuno infatti può più rimanere autosufficiente, dal momento che legami politici uniscono tutti i popoli e le nazioni e ogni giorno si rafforzano i vincoli del commercio e dell’industria, dell’agricoltura e dell’educazione. Ecco che oggigiorno può realizzarsi. L’unità di tutta l’umanità: questa non è che una delle mirabilia di questa meravigliosa età, di questo secolo glorioso.

Di ciò ere passate furono prive, giacché questo secolo – il secolo della luce – è stato dotato di gloria, poteri e illuminazioni straordinari e senza precedenti. Di qui, il mirabile svelarsi, ogni giorno, di un nuovo prodigio: e alla fine si vedrà di quale splendore rifulgeranno le sue luci nell’accolta umana.

Osservate come il suo fulgore albeggi ora sull’oscuro orizzonte del mondo. La prima luce è l’unità in campo politico, e i primi bagliori già li possiamo discernere. La seconda luce è l’unità di pensiero nelle imprese del mondo, il cui adempimento sarà ben presto testimoniato. La terza luce è l’unità nella libertà, che presto si realizzerà. La quarta luce è l’unità della religione che è la pietra angolare di tutto l’edificio e che, per il potere di Dio, sarà rivelata in tutto il suo fulgore. La quinta luce è l’unità delle nazioni – unità che sarà senza dubbio stabilita in questo secolo, sì che tutti i popoli del mondo si reputeranno come cittadini di una comune patria. La sesta luce è l’unità delle razze, che fa di tutti coloro che dimorano sulla terra popoli e genti della medesima razza. La settima luce è l’unità dell’idioma, cioè la scelta di una lingua universale a cui tutti i popoli saranno educati e nella quale converseranno. Tutto ciò avverrà inevitabilmente, perché il potere del Regno di Dio presterà aiuto e soccorso». [12]

Con queste premesse incoraggianti, i principi di etica universale di cui si è parlato, fra un secolo potrebbero già essere argomento di dominio pubblico e magari già adottate almeno parzialmente. È un auspicio che ci si augura possa realizzarsi quanto prima, con il contributo di tutte le istituzioni e di ogni individuo.

Per quanto riguarda infine la questione ambientale, in questo periodo dove tutto sembra peggiorare a ritmi sempre più veloci, sono molto confortanti le seguenti parole: «Il Signore di tutta l’Umanità ha forgiato questo regno umano quale Giardino di Eden, un paradiso terrestre. Se, come deve, troverà la strada verso l’armonia e la pace, l’amore e la reciproca fiducia, esso diverrà una vera dimora di beatitudine, un sito di infinite benedizioni e interminabili delizie. Qui si rivelerà l’eccellenza del genere umano, qui i raggi del Sole della Verità risplenderanno per ogni dove». [13]

«Non possiamo separare il cuore umano dall’ambiente circostante e dire che, una volta riformato l’uno o l’altro, tutto migliorerà. L’uomo fa parte del mondo. La sua vita interiore modella l’ambiente e ne è essa stessa profondamente influenzata. L’una agisce sull’altra e ogni durevole trasformazione della vita umana è il risultato di queste vicendevoli reazioni. … Abbiamo bisogno di una trasformazione del cuore, di una ristrutturazione di tutti i nostri concetti e di un riassestamento delle nostre attività. Se vogliamo assicurare la salvezza dell’uomo, bisogna ristrutturarne la vita interiore e l’ambiente esteriore». [14]

[ Marco Bresci ]

 

Note

[1] Fonte: Quotidiano.net, 28.03.2016 http://www.quotidiano.net/esteri/siria-palmira-isis-1.2015033.

[2] Cfr. «Profughi Ambientali, Cambiamento climatico e migrazioni forzate», Legambiente, http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_profughi_ambientali_2.pdf

[3] Da «Spigolature dagli Scritti di Bahá’u’lláh», CXVII. Bahá’u’lláh (1817-1892) è il fondatore della fede bahá’í, Quest’anno riconosce il bicentenario della Nascita. «La Rivelazione proclamata da Bahá’u’lláh – credono i Suoi seguaci – ha origine divina, dimensioni universali e ampie vedute, segue metodi scientifici, principi e dinamiche umanitari nell’influenza che esercita sul cuore e sulla mente umana. La missione del Fondatore della loro Fede – essi credono – è di proclamare che la verità religiosa non è assoluta, ma relativa, che la Rivelazione Divina è continua e progressiva, che i Fondatori di tutte le antiche religioni, pur differendo fra Loro negli aspetti secondari dei Loro insegnamenti, “dimorano nello stesso Tabernacolo, si librano nello stesso cielo, sono assisi sullo stesso trono, pronunziano le stesse parole e proclamano la stessa Fede”. La Sua Causa – come hanno dimostrato – si identifica ed è imperniata sul principio dell’unità del genere umano, una unità che rappresenta la conclusione dell’intero processo dell’evoluzione umana. Quest’ultimo stadio di questa straordinaria evoluzione – affermano – non solo è necessario, ma inevitabile, si sta a poco a poco avvicinando e solo la potenza celestiale, di cui un Messaggio di origine divina può pretendere di essere investito, può riuscire a instaurarlo.

La Fede Bahá’í riconosce l’unità di Dio e dei suoi Profeti, sostiene il principio della libera ricerca della verità, condanna tutte le forme di pregiudizio, insegna che lo scopo fondamentale della religione è la promozione della concordia e dell’armonia, che deve andare di pari passo con la scienza e costituisce la sola e ultima base di una società pacifica, ordinata e capace di progresso. Proclama il principio della parità di opportunità, diritti e privilegi per ambo i sessi, auspica la educazione obbligatoria, abolisce gli estremi di ricchezza e povertà, eleva il lavoro svolto in spirito di servizio al rango di culto, raccomanda l’adozione di una lingua ausiliaria internazionale e offre le istituzioni necessarie all’instaurazione e alla protezione di una pace permanente e universale». Shoghi Effendi (Acri, 1º marzo 1897 – Londra, 4 novembre 1957), Custode della Fede Bahá’í. Cfr. www.bahai.it.

[4] Shoghi Effendi, Haifa 1936. Pubblicato su «Una svolta per tutte le Nazioni, Dichiarazione della Comunità Internazionale Bahá’í nella ricorrenza del cinquantenario delle Nazioni Unite» Casa Editrice Bahá’í, 1995.

[5] Il Papa: «La Terza guerra mondiale è già iniziata» La Repubblica, 18.08.2014, http://www.repubblica.it/esteri/2014/08/18/news/papa_francesco_terza_guerra_mondiale_kurdistan-94038973/.

[6] Il Dalai Lama a Firenze: «Non chiamateli religiosi, chi uccide è solo un terrorista» http://www.lastampa.it/2017/09/19/vaticaninsider/ita/news/il-dalai-lama-a-firenze-non-chiamateli-religiosi-chi-uccide-solo-un-terrorista-NwU8X4iU2fYObpusLVe75H/pagina.html , VATICAN INSIDER NEWS, 19.09.2017.

[7] ‘Abdu’l-Bahá, «Il Segreto della Civiltà Divina», pag. 6. ‘Abdu’l-Bahá, Servo della Gloria, `Abbás Effendí (Teheran, 23 maggio 1844 – Haifa, 28 novembre 1921), figlio maggiore di Bahá’u’lláh, il fondatore della fede bahai, e di Ásíyih Khánum, nel 1892 fu nominato dal padre suo successore e interprete dei suoi insegnamenti. Nei testi bahai è indicato comunemente come il Maestro.

[8] Il Piano Marshall, ufficialmente chiamato Piano per la ripresa europea (European Recovery Plan) a seguito della sua attuazione, fu uno dei Piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale.

[9] «Laudato si’», #14 dell’Enciclica di Papa Francesco Bergoglio, 24.05.2015.

[10] Se Dio è uno, anche la religione è «una», ovvero esistono tante espressioni religiose provenienti dalla stessa Fonte. Sembra esserci un unico Piano Divino per educare e far evolvere tutta l’Umanità. Abramo, Krishna, Mosè, Buddha, Zoroastro, Gesù Cristo, Maometto, il Báb, Bahá’u’lláh sono Messaggeri di Dio, portatori della Parola del Creatore. La verità religiosa è relativa e progressiva. Le differenze che si riscontrano fra le varie religioni devono attribuirsi alle diverse esigenze delle epoche in cui si sono manifestate.

[11] «Declaration Toward a Global Ethic», 4 September 1993, Chicago, USA, https://parliamentofreligions.org/sites/default/files/TowardsAGlobalEthic.pdf .

[12] ‘Abdu’l- Bahá, riportato in «L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh» di Shoghi Effendi.

[13] ‘Abdu’l- Bahá, Antologia, n. 220, pag. 259.

[14] Da una lettera ad un credente, a nome di Shoghi Effendi, del 17 febbraio 1933.