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Alluminio, una crisi italiana, ma non irreversibile

Lamina alluminio

Dal 2007, rileva uno studio del Monte dei Paschi, il settore ha perso più del 40 per cento delle sue potenzialità. Ma il manifatturiero dei metalli non ferrosi, in settori ad alta tecnologia e nell’industria del riciclo e della trasformazione potrebbe guidare la ripresa


•• La crisi economica e finanziaria che sta attraversando gran parte del mondo industrializzato assume particolari caratteristiche in Italia, dove i nodi strutturali di un sistema bloccato producono danni ulteriori. Pesa soprattutto la mancanza di strategia per settori cruciali e determinanti come il manifatturiero, che fa del nostro Paese un vero polo mondiale tra i primi in Europa.

Un’analisi che appare quanto mai calzante in un settore di manifattura sì, ma che necessariamente si collega all’industria pesante: quello dell’alluminio. Scelte di sostanziale marginalizzazione della produzione nazionale hanno determinato una situazione di assoluta gravità: basti pensare al caso più eclatante di questi anni, quello dell’unico  polo di produzione di alluminio primario nazionale, quello di Portovesme in Sardegna, che  comprende gli stabilimenti di Euroallumina e di Alcoa. Le cronache e la protesta spesso clamorosa degli oprai dello stabilimento hanno richiamato in modo diretto la miopia con la quale si è guardato ad un settore che, invece, potrebbe essere per il nostro Paese, un nuovo punto di forza.

Uno studio dell’area ricerca del Monte dei Paschi di Siena, presentato di recente, ha posto l’attenzione su questo equivoco, indicando che la metallurgia dei non ferrosi potrebbe essere una scommessa da far ripartire per il futuro. La crisi ha penalizzato l’Italia anche nella produzione dell’alluminio ma dalla metallurgia dei non ferrosi potrebbe ripartire il settore. L’Italia, con un consumo annuo di 1 milione 300mila  tonnellate di alluminio grezzo e oltre 1600 aziende interessate è al secondo posto in Europa Occidentale, dopo la Germania, ma ha una particolare sofferenza – sottolinea lo studio – nel settore manifatturiero a causa di una ristrutturazione industriale volta soprattutto a ridurre la capacità produttiva. Un vero e proprio atteggiamento autolesionistico e un rischio di destrutturazione ulteriore del sistema industriale nazionale.

Il massimo storico nel consumo di alluminio grezzo in Italia è stato di 2 milioni e 100mila tonnellate nel 2007. Questo vuol dire che in soli sette anni si è assistito ad un calo complessivo di poco meno del 40%: un vero e proprio shock che costringe ora – per il riequilibrio conseguente sui mercati – l’industria italiana ad inseguire un adattamento necessario: questo tipo di produzioni per l’imponenza delle strutture necessarie, una volta abbandonato, difficilmente ritorna.

È superfluo dire che, mentre il nostro sistema si contrae, il trend mondiale ha sempre visto i consumi di alluminio crescere, anche durante gli ultimi anni. Consumi che secondo gli specialisti potrebbero raggiungere la cifra record di  64 milioni di tonnellate nel 2017.

La situazione delle imprese italiane operanti nel settore dell’alluminio è peraltro rappresentativa dell’intero comparto dei metalli non ferrosi, quello che comprende anche rame, zinco, piombo, nickel e stagno. È l’intero settore – per le suddette scelte economiche – a risentire della crisi essendo legato all’andamento del ciclo economico.

Lo studio prosegue ponendo in evidenza che l’indice sui metalli non ferrosi MPS-NFM (Non Ferrous Metals) messo a punto dal settore research di Montepaschi, risponde all’esigenza di descrivere l’andamento specifico del settore sul mercato domestico. E i dati hanno posto in evidenza con estrema chiarezza, la debolezza dei prezzi in Italia durante tutto il 2013. Il minimo raggiunto dall’indice (3.392) è stato raggiunto nel giugno dello scorso anno e da allora i prezzi si sono stabilizzati poco sopra tale livello, dimostrando nei fatti che la congiuntura continua ad essere critica.

La realtà dell’alluminio – analogo discorso può essere fatto anche per molti altri materiali non ferrosi – grazie alle sue caratteristiche di morbidezza, leggerezza e resistenza all’ossidazione, rende le applicazioni di questo metallo molteplici e in vasti ambiti. Per questo, quella dell’alluminio è una catena produttiva che resta di grande interesse in Italia. Per fare un esempio comprende aziende che operano in varie tipologie di lavorazioni: estrusioni, serramenti, pannelli, trasporti, contenitori per uso alimentare, cavi per il trasporto dell’elettricità, meccanica e parti  destinate al settore edilizio nazionale. Un comparto che è stato colpito particolarmente dal calo della domanda che ha avuto luogo dal 2009 in poi. L’alluminio è usato anche in altri settori nei quali l’industria nazionale eccelle, come quello dei motori in alluminio (che si sono via via imposti per prestazioni e leggerezza) dell’aerospazio, delle ottiche per strumenti di precisione, fino al settore sportivo.

Guardando oltre la crisi congiunturale, la prospettiva rileva margini di crescita soprattutto in due settori dove l’Italia ha raggiunto una posizione d’avanguardia: le costruzioni ingegneristiche avanzate di grandi dimensioni (ponti, strutture verticali, aeroporti, strutture modulari) e l’industria del riciclo, dove il nostro paese è addirittura terzo nel mondo dopo Stati Uniti e Giappone. Il riciclo dell’alluminio in Italia coinvolge infatti oltre 200 aziende consorziate con 35mila addetti e produce circa 1 milione di tonnellate di metallo all’anno – in gran parte destinate all’esportazione – ed è una pietra angolare fondamentale per tutta la «Green Economy» europea: questa attività ha permesso di risparmiare nel 2010 in Italia 160mila tonnellate  di petrolio (che sarebbero state necessarie per produrre alluminio primario) e ha evitato l’emissione di 371mila tonnellate di anidride carbonica.

In conclusione, commenta lo studio, se il processo di ristrutturazione che è ancora in corso sarà completato con successo, l’Italia avrà tutti i presupposti affinché l’industria nazionale dell’alluminio possa ripartire nei prossimi anni e fungere da volano anche altri settori manifatturieri.

Roberto Mostarda